Le rivelazioni, frutto di un lavoro investigativo che ha seguito la filiera del metallo prezioso dall’America Latina fino agli stabilimenti federali di West Point, descrivono un sistema in cui l’oro estratto illegalmente o riciclato attraverso negozi di pegni e intermediari legati ai cartelli della droga finirebbe per essere immesso nel mercato statunitense come prodotto legittimo. Secondo quanto riportato, la Zecca sarebbe l’ultimo anello di una catena di forniture opache che, una volta giunte negli Stati Uniti, verrebbero “ripulite” attraverso la fusione del metallo, consentendo di etichettarlo come domestico.
Le indagini hanno evidenziato come l’oro proveniente da miniere illegali in Colombia e da reti criminali attive nel traffico di droga sia stato acquistato da intermediari statunitensi e successivamente venduto alla Zecca, nonostante l’obbligo legale dell’ente federale di trattare esclusivamente metallo di origine nazionale. Il processo di fusione, spiegano i reporter, permette di cancellare ogni traccia della provenienza iniziale, rendendo di fatto impossibile distinguere l’oro “sporco” da quello estratto legalmente. La vicenda ha sollevato interrogativi sulla capacità del governo di controllare la filiera dei metalli preziosi e di prevenire l’ingresso di fondi criminali nel sistema economico statunitense.
Alcuni osservatori hanno definito “sconcertante” il fatto che un semplice passaggio tecnico possa trasformare oro di origine illecita in un prodotto certificato come americano, mentre commentatori del settore numismatico hanno sottolineato come la pratica rischi di minare la credibilità stessa della Zecca. Il Dipartimento del Tesoro non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali, ma le rivelazioni hanno già alimentato richieste di maggiore trasparenza e di una revisione dei protocolli di verifica.


