Un’ondata di violenza ha scosso Bamako e le regioni centrali del Mali, dove il ministro della Difesa Sadio Camara è stato ucciso in seguito a una serie di attacchi coordinati che hanno preso di mira convogli militari e sedi governative. Secondo fonti locali, l’assalto sarebbe avvenuto nella notte tra venerdì e sabato, quando gruppi armati hanno lanciato un’offensiva simultanea contro obiettivi strategici, approfittando della scarsa visibilità e della frammentazione delle forze di sicurezza. Camara, figura chiave del regime militare e tra gli artefici del riavvicinamento con la Russia, si trovava in un convoglio diretto verso una base operativa nel centro del Paese.
Le autorità maliane hanno confermato la morte del ministro e di diversi membri del suo staff, parlando di “un attacco pianificato con precisione militare”. L’azione, secondo le prime indagini, sarebbe stata condotta da milizie jihadiste attive nella regione di Mopti, ma non si esclude il coinvolgimento di gruppi rivali interni alle forze armate. La capitale è stata immediatamente posta sotto stretta sorveglianza, mentre il governo ha dichiarato lo stato d’emergenza e convocato una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza. Sadio Camara, ex ufficiale addestrato in Russia, era considerato uno degli uomini più influenti del governo di transizione e un simbolo della nuova linea di autonomia militare del Mali. La sua morte rappresenta un duro colpo per la giunta, già alle prese con tensioni interne e con la crescente pressione internazionale per il rispetto dei diritti civili. Nelle strade di Bamako, il silenzio è calato come un presagio: il Paese, ancora una volta, si ritrova a fare i conti con la fragilità del suo equilibrio e con la violenza che continua a minacciare ogni tentativo di stabilità.


