Tra accuse reciproche e il rischio di una nuova escalation militare, Stati Uniti e Iran mantengono uno spiraglio diplomatico. È atteso per domani in Pakistan un nuovo ciclo di negoziati, con l’obiettivo di prorogare il cessate il fuoco e riaprire lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale. Un incontro segnata da una altalena di conferme e smentite.Il clima resta però teso. Da entrambe le parti continuano accuse e ultimatum, mentre resta incerta anche la possibilità di un incontro diretto tra i leader. Fonti vicine al dossier, da Teheran, fanno sapere che la partecipazione iraniana non sarebbe confermata finché resterà in vigore il blocco statunitense sullo stretto.
L’intervento possibile dei Volenterosi
Nel frattempo, la coalizione europea dei cosiddetti “Volenterosi”, di cui fa parte anche l’Italia, prepara una missione navale di sicurezza nell’area, dove al momento transitano quasi esclusivamente navi cinesi.
Minacce reciproche
Dalla capitale iraniana, i Guardiani della Rivoluzione tornano a lanciare avvertimenti contro gli Stati Uniti e i loro alleati. Il presidente americano Donald Trump parla invece apertamente di “ricatto” iraniano e, secondo quanto riportato da Fox News, l’inviato speciale Steve Witkoff sarebbe già in viaggio verso il Pakistan per un nuovo round di colloqui. “L’Iran ha l’ultima possibilità”, ha dichiarato Trump, annunciando anche una lettera rivolta a Teheran per chiarire “cosa è a rischio” in assenza di un accordo.
Le delegazioni in stallo
È arrivata la conferma poi in serata ridimensionata del nuovo giro di negoziati. A guidare la delegazione americana secondo alcune fonti sarà il vicepresidente JD Vance, impegnato a Islamabad nel secondo round di colloqui di pace con l’Iran, come riferito dall’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Mike Waltz. Anche da parte iraniana si registra un’apertura: secondo fonti vicine ai negoziati, una delegazione arriverà in Pakistan domani. Il team dovrebbe ricalcare quello dell’ultimo incontro, con il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf.
La tattica di annunci e smentite
Teheran punta a un annuncio già mercoledì per la proroga del cessate il fuoco. In caso di esito positivo, non si esclude un incontro diretto tra i leader: Trump potrebbe recarsi a Islamabad e, a quel punto, anche il presidente iraniano parteciperebbe per la firma di una dichiarazione congiunta.
Fronte libanese, la tregua non regge
A complicare ulteriormente il quadro è il fronte libanese. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che l’Idf ha ricevuto ordine di ricorrere alla “piena forza” anche durante l’attuale cessate il fuoco in caso di minacce. Secondo i media israeliani, all’esercito è stato ordinato di demolire le case nei villaggi in prima linea vicino al confine, ritenuti avamposti operativi di Hezbollah. Una posizione che alimenta il rischio di un allargamento del conflitto nella regione.
Il ruolo della Turchia
In questo scenario si inserisce la Turchia, che si dice ottimista sulla possibilità di prorogare il cessate il fuoco di due settimane, in scadenza mercoledì.
“Nessuno vuole una nuova guerra alla fine della tregua”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Hakan Fidan al Forum diplomatico di Antalya. “Speriamo che le parti trovino un accordo: sono ottimista”.
Hormuz, accuse e veti incrociati
Sul piano diplomatico, però, le tensioni restano elevate. Teheran accusa Washington di aver imposto un blocco “illegale” dello Stretto di Hormuz, in violazione dell’attuale cessate il fuoco. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha denunciato che il blocco rappresenta “un atto criminale”, in contrasto con la Carta delle Nazioni Unite e configurabile come “atto di aggressione” e “punizione collettiva” nei confronti del popolo iraniano. Accuse che si intrecciano con quelle statunitensi in un clima altamente instabile, mentre la diplomazia tenta di evitare una nuova crisi su larga scala.





