L’analisi pubblicata ieri su questo quotidiano, a firma del Direttore Giampiero Catone, sul rapporto tra crisi energetica e scenario geopolitico impone una riflessione che travalica la contingenza: la politica italiana — e in particolare il centrodestra al governo — è chiamata a misurarsi non solo con il consenso, ma con la responsabilità.
Non siamo in una fase ordinaria. Le tensioni internazionali, la competizione sulle risorse energetiche, le rotte commerciali a rischio per via delle guerre e del terrorismo, e la conseguente l’instabilità dei mercati stanno ridefinendo i margini di autonomia degli Stati. In questo contesto, governare non significa semplicemente amministrare, ma interpretare il tempo storico, assumendosi il peso di decisioni anche difficili o impopolari.
Il primo nodo è quello della responsabilità politica
Il voto referendario ha rappresentato un segnale chiaro: non tanto una bocciatura nel merito, quanto una richiesta di coerenza tra le scelte politiche e la credibilità di chi le propone. Una riforma della magistratura può essere necessaria, ma perde forza se sostenuta da una classe dirigente percepita come inadeguata. La responsabilità, oggi, si misura tanto nelle decisioni quanto nell’esempio.
Il secondo elemento è la capacità di governo
In un sistema esposto a shock esterni — come quello energetico — la qualità dell’azione pubblica si misura nella rapidità e nella direzione delle risposte. Non basta reagire: occorre anticipare, costruire strategie, indicare una rotta. La continuità con politiche del passato, in una fase che richiede discontinuità, rischia di tradursi in immobilismo. E l’immobilismo, in un contesto internazionale instabile, equivale a una progressiva perdita di sovranità.
Il governo guidato da Giorgia Meloni, che ha riportato l’Italia al suo ruolo internazionale, si trova tuttavia davanti a un’ ulteriore sfida duplice: interna ed esterna. Interna, perché deve rinsaldare un rapporto di fiducia con l’elettorato; esterna, perché deve collocare l’Italia in uno scenario geopolitico sempre più competitivo e complesso dove l’energia è tornata a essere strumento di potere, parallelamente operare per essere protagonista in Europa preservando gli interessi del Mediterraneo, ma al contempo mantenendo saldo il legame atlantico.
Da qui discende il terzo punto, forse il più decisivo: la credibilità della classe dirigente
Non esiste politica efficace senza una classe dirigente riconosciuta come tale. La fedeltà può garantire coesione, ma non può sostituire competenza, esperienza e visione. La selezione della classe dirigente non è una questione interna ai partiti: è un tema di interesse nazionale.
L’Italia rischia oggi una condizione paradossale: affrontare una fase straordinaria con strumenti ordinari. È un errore che la storia del Paese ha già mostrato, producendo governi deboli, decisioni rinviate e opportunità perdute.
Il centrodestra conserva ancora un vantaggio politico: un’opposizione che fatica a costruire un’alternativa credibile e unitaria. Ma questo vantaggio, da solo, non è sufficiente. Senza una chiara assunzione di responsabilità, una capacità di governo riconoscibile e una classe dirigente all’altezza, rischia di dissolversi rapidamente.
Per questo serve oggi un passaggio netto
Un gesto politico forte, capace di segnare una discontinuità reale e di restituire fiducia al Paese.
In assenza di tale passaggio, la soluzione più lineare — e più coerente con la logica democratica — resta una sola: tornare al voto.
Un voto a cui il centrodestra dovrebbe presentarsi unito, con un progetto politico chiaro e una classe dirigente credibile. In difetto, il rischio sarà quello di trovarsi di fronte a due poli incapaci di esprimere una maggioranza definita. E, salvo coalizioni inedite, ciò potrebbe tradursi nel ritorno alla stagione dei “governi dei professori”: una soluzione che è un’anomalia tutta italiana, che oltre ad essere sempre una sconfitta per la politica, nel passato ha più volte dimostrato di non essere capace di tutelare gli interessi della Nazione.





