L’Unione Europea guarda già oltre Viktor Orbán e manda un messaggio chiaro a Budapest: chiunque guiderà l’Ungheria dopo le elezioni dovrà sostenere l’Ucraina in modo pieno e affidabile.
A Bruxelles cresce infatti la convinzione che il futuro equilibrio del blocco passi anche dalla fine dei veti ungheresi, che negli ultimi mesi hanno paralizzato decisioni cruciali su aiuti finanziari, sanzioni e percorsi di adesione.
La Commissione e diversi governi europei ritengono che il prossimo esecutivo ungherese — qualunque esso sia — debba ristabilire un rapporto di cooperazione con gli altri 26 Stati membri, soprattutto sul dossier ucraino, considerato ormai una cartina di tornasole della credibilità strategica dell’UE. L’ipotesi di un cambio di leadership a Budapest, con l’opposizione di Péter Magyar in forte ascesa, alimenta aspettative di un possibile riallineamento.
Una sua eventuale vittoria, secondo analisti europei, potrebbe trasformare l’Ungheria da ostacolo a partner, riducendo l’influenza russa e rafforzando il fronte europeo a sostegno di Kyiv.
Il pressing europeo nasce da mesi di tensioni: Budapest ha bloccato l’approvazione delle modifiche di bilancio necessarie per sbloccare il maxi‑prestito da 90 miliardi destinato a garantire la sopravvivenza economica dell’Ucraina, e continua a frenare sul ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca.
Una posizione giudicata “inaccettabile” da diversi leader europei, che vedono nel comportamento ungherese una violazione del principio di leale cooperazione previsto dai trattati. Dietro le pressioni di Bruxelles c’è anche la consapevolezza che la guerra in Ucraina rappresenta un test esistenziale per l’Unione: non solo sul piano militare e finanziario, ma anche su quello politico.
Un’Ungheria nuovamente allineata potrebbe sbloccare dossier rimasti congelati per mesi e rafforzare la capacità dell’UE di agire come attore unitario.





