Nonostante il rinvio annunciato da Donald Trump sugli attacchi, nuovi bombardamenti hanno colpito impianti del gas e infrastrutture energetiche iraniane, con danni definiti “parziali” da Teheran, che ha assicurato di poter ricostruire rapidamente grazie alla decentralizzazione della produzione.
Un missile iraniano con una testata di circa 100 chilogrammi ha intanto colpito l’area di Tel Aviv, danneggiando dodici edifici, innescando incendi e distruggendo nove auto. Sei persone sono state soccorse per inalazione di fumo e ferite lievi. Nel nord di Israele, una donna è morta in Alta Galilea dopo il lancio di circa trenta ordigni dal Libano, con altri due feriti non gravi.
Israele ha risposto con raid su obiettivi militari iraniani e nel Libano meridionale, annunciando l’intenzione di assumere il controllo della zona di sicurezza fino al fiume Litani. Il ministro degli Esteri francese Jean Noël Barrot ha esortato Israele “ad astenersi” da operazioni di terra che avrebbero “conseguenze umanitarie gravissime”.
Israele ha inoltre rivendicato una nuova ondata di attacchi su larga scala contro siti militari e infrastrutture in Iran, parlando di decine di obiettivi colpiti, mentre il governo di Benjamin Netanyahu ha annunciato che le operazioni continueranno “finché la minaccia iraniana non sarà neutralizzata”.
Zolghadr alla sicurezza nazionale
Nel pieno dell’escalation, l’Iran ha nominato Mohammad Bagher Zolghadr segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale al posto di Ali Larijani, ucciso nei giorni scorsi. Secondo il politologo Vali Nasr, Zolghadr “è l’uomo di Mojtaba Khamenei” e la sua nomina “dimostra che Mojtaba ha il controllo”, rafforzando la componente più intransigente delle Guardie rivoluzionarie. Fonti citate da Reuters indicano che Teheran ha irrigidito la posizione negoziale, chiedendo fine delle ostilità, garanzie contro futuri attacchi, risarcimenti e controllo dello Stretto di Hormuz.
Bloomberg riferisce che l’Iran avrebbe già imposto tariffe di transito fino a due milioni di dollari per viaggio ad alcune navi. Fonti iraniane hanno inoltre ridimensionato le aperture diplomatiche, sostenendo che non esistono negoziati diretti con Washington e definendo “premature” le ipotesi di un accordo imminente. Il comandante delle forze regolari iraniane Ali Abdollahi Aliabadi ha dichiarato che Teheran continuerà a rispondere “fino alla vittoria completa”, accusando Washington di cercare “di scappare dalla guerra”.
Spiragli di negoziato
Nonostante l’inasprimento della linea, emergono segnali di dialogo. Trump ha parlato di un possibile “accordo in 15 punti”, mentre il Pakistan si è offerto di ospitare eventuali colloqui. Secondo fonti citate dal Guardian, il vicepresidente JD Vance potrebbe guidare la delegazione americana.
Contatti indiretti sarebbero avvenuti tramite mediatori regionali, ma secondo fonti diplomatiche le posizioni restano distanti e le richieste iraniane sarebbero giudicate “difficili da accettare” dagli interlocutori occidentali. Ankara ha chiesto una soluzione diplomatica: il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha definito il conflitto “una guerra illegale”, sostenendo che “tutto il mondo ne sta pagando il prezzo”.
Il conflitto sta inoltre coinvolgendo progressivamente l’intera regione del Golfo, con timori per la sicurezza delle rotte energetiche e possibili ripercussioni sui mercati globali.
Stati Uniti, cala il consenso per Trump
Il conflitto pesa anche sul fronte interno americano. Un sondaggio Reuters Ipsos pubblicato ieri indica che il tasso di approvazione di Trump è sceso al 36 per cento, il livello più basso dal ritorno alla Casa Bianca, contro il 40 per cento della settimana precedente. Solo il 35 per cento approva gli attacchi contro l’Iran, mentre il 61 per cento li disapprova.
Nel frattempo, secondo Axios, il Pentagono ha ordinato alla 82esima Divisione aviotrasportata di prepararsi a un possibile dispiegamento in Medio Oriente con una brigata di fanteria composta da alcune migliaia di soldati, segnale della preparazione a un’eventuale escalation anche sul terreno.





