Secondo quanto riportato da Axios, i Paesi che stanno svolgendo funzioni di mediazione tra Washington e Teheran starebbero lavorando all’organizzazione di un incontro ad Islamabad, in Pakistan. Al tavolo siederebbero, per parte iraniana, Mohamed Bagher Ghalbaf, Presidente del Parlamento della Repubblica Islamica — figura che Trump ha pubblicamente indicato come rappresentante del “regime” — e, per parte americana, Steve Witkoff e Jared Kushner, i due emissari informali cui l’amministrazione ha affidato i canali più delicati della propria diplomazia parallela. Alcune indiscrezioni suggeriscono la possibile presenza del Vicepresidente JD Vance, che nel corso dell’intera crisi ha mantenuto una postura di relativo distacco rispetto alla componente più bellicista dell’amministrazione — distacco che, in questa fase, potrebbe trasformarsi in una risorsa negoziale.
Trump ha parlato pubblicamente di colloqui “molto importanti”, capaci di condurre alla fine delle ostilità, e ha annunciato che in virtù di questo processo l’ultimatum precedentemente notificato all’Iran è stato posticipato, per non compromettere l’iniziativa diplomatica in corso. Le fonti ufficiali iraniane, per parte loro, smentiscono categoricamente l’esistenza di qualsiasi contatto, diretto o indiretto, con la presidenza Trump.
La smentita iraniana non sorprende e va letta per quello che è: non una negazione dei fatti, ma una necessità strutturale del negoziato in questa fase. In una situazione di bombardamenti massicci, ammettere un contatto — anche indiretto — equivarrebbe a segnalare cedimento sotto pressione militare, con costi politici interni potenzialmente insostenibili per la leadership di Teheran. La negazione pubblica del dialogo non contraddice il dialogo stesso: ne è, anzi, una condizione di possibilità. È ciò che Thomas Schelling, nella sua teoria del conflitto e della contrattazione, identificava come la necessità di preservare per entrambe le parti una “via d’uscita onorevole” — una struttura narrativa che consenta di negoziare senza apparire sconfitti agli occhi della propria opinione pubblica. La verità, con ogni probabilità, è che un filo sottile di comunicazione è stato mantenuto attraverso intermediari terzi — Oman, Qatar, Pakistan — tutti con interessi diretti nella de-escalation. Resta da vedere se l’incontro si concretizzerà, ma la sola notizia della sua possibilità è già, in sé, un segnale politico rilevante.
La notizia strutturalmente più importante, tuttavia, non riguarda la logistica del negoziato, ma la sua logica. Dopo ventiquattro giorni di bombardamenti massicci, gli Stati Uniti cercano una way out. E la cercano non perché stiano subendo una sconfitta militare in senso convenzionale — la superiorità tecnologica e operativa americana non è in discussione — né perché i costi diretti della campagna si siano rivelati insostenibili. La cercano perché la prosecuzione delle operazioni rischia di produrre esiti strategicamente non governabili, capaci di innescare la peggiore crisi energetica dalla fine del sistema di Bretton Woods in poi.
Questa distinzione è fondamentale e rimanda a una categoria classica della strategia clausewitziana: la separazione tra Kriegszweck — lo scopo politico della guerra — e Kriegsziel — l’obiettivo militare specifico. Quando i due livelli divergono in modo troppo marcato, la razionalità strategica impone una ricalibrazione. Una vittoria militare completa sull’Iran — la distruzione sistematica delle sue capacità offensive, il collasso del regime — potrebbe rivelarsi simultaneamente un successo tattico e una catastrofe sistemica. È questo cortocircuito che spinge Washington verso la de-escalation.
Il rischio energetico merita una precisazione analitica che va oltre il semplice riferimento storico agli shock petroliferi del passato. Lo scenario attuale è strutturalmente diverso dall’embargo OPEC del 1973 o dalla crisi seguita alla Rivoluzione islamica del 1979. Quelli erano shock di flusso: interruzioni temporanee della produzione e della distribuzione, reversibili in un orizzonte di mesi. Lo scenario che si profila ora è uno shock di stock: la distruzione fisica delle infrastrutture produttive iraniane — pozzi, raffinerie, terminali di esportazione — configura un danno che richiede anni per essere riparato, in un contesto di mercati energetici già strutturalmente tesi.
L’Iran produce circa tre milioni di barili al giorno e controlla lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il venti per cento del commercio petrolifero mondiale. Un’escalation che portasse alla chiusura prolungata dello Stretto o alla distruzione degli impianti non si tradurrebbe in un rincaro temporaneo del greggio, ma in una dislocazione permanente degli equilibri energetici globali, con effetti recessivi a cascata sulle economie asiatiche ed europee difficilmente quantificabili nel breve termine.
C’è poi una seconda ragione per cui la campagna americana non ha prodotto i risultati attesi nei tempi previsti, e riguarda un errore di valutazione che ha radici profonde nella storia della strategia americana del dopoguerra. Washington aveva avviato le operazioni nel presupposto che sarebbero durate poche settimane — un presupposto fondato sulla proiezione lineare della superiorità tecnologica e sulla sottovalutazione sistematica di due variabili che i modelli di pianificazione militare americana tendono ricorrentemente a trattare come residuali: le capacità missilistiche e di guerra asimmetrica iraniane, e quella che viene opportunamente chiamata la dimensione “antropologica” della nazione iraniana.
Quest’ultima variabile merita uno sviluppo più preciso. La resistenza iraniana non si spiega esclusivamente con la dottrina militare della Repubblica Islamica o con la struttura dispersa e ridondante delle sue forze armate. Si spiega con la sovrapposizione di almeno tre strati identitari distinti e sinergici: l’orgoglio nazionale persiano, che precede di millenni la Repubblica Islamica e che si attiva — trasversalmente alle divisioni politiche interne — di fronte a ogni percezione di aggressione esterna; la cultura sciita del martirio, lo shahadat, che trasforma il sacrificio in categoria politica e religiosa al tempo stesso, abbassando la soglia di sopportazione del costo bellico ben al di sotto di quanto i modelli attuariali occidentali siano in grado di prevedere; e infine la memoria storica del colpo di stato del 1953, orchestrato da CIA e MI6 per rovesciare Mossadegh, che ha sedimentato nell’immaginario collettivo iraniano una diffidenza strutturale verso qualsiasi forma di pressione occidentale.
È questa combinazione — non la sola capacità militare — a rendere l’Iran un avversario la cui resistenza non è scalabile linearmente con l’intensità dei bombardamenti. È lo stesso errore cognitivo che si è ripetuto in Vietnam, in Afghanistan, in Iraq: la convinzione che la superiorità tecnologica si traduca automaticamente in rapidità strategica, ignorando che nelle guerre asimmetriche la variabile determinante è spesso la volontà di resistere, non la capacità di infliggere distruzione.
In questo quadro, un’uscita americana dal conflitto avrebbe una logica precisa e articolata su più livelli. Consentirebbe a Washington di dichiarare — con una certa plausibilità — di aver degradato significativamente le capacità militari iraniane, in particolare quelle missilistiche e nucleari. Permetterebbe di proteggere gli alleati del Golfo — Arabia Saudita, Emirati, Kuwait — da un coinvolgimento che rischia di diventare insostenibile sul piano interno. E soprattutto, scongiurerebbe il collasso energetico globale che una prosecuzione delle operazioni renderebbe sempre più probabile.
Rimane aperta la questione delle condizioni iraniane. Teheran è stata pesantemente colpita, ma non è stata sconfitta nel senso politico del termine. I suoi negoziatori arriveranno al tavolo con la consapevolezza di aver resistito alla potenza militare più avanzata del mondo per quasi un mese, e con la necessità di portare a casa condizioni che possano essere presentate internamente come una vittoria, o almeno come una non-sconfitta. Quali siano queste condizioni — garanzie sulla sovranità nucleare, allentamento delle sanzioni, riconoscimento implicito del ruolo regionale iraniano — e quanto possano essere accettabili per Washington, è la variabile che determinerà se la way out diventerà una realtà o resterà un’aspirazione.
Un elemento che complica ulteriormente il quadro è la dissociazione strutturale tra la postura americana e quella israeliana. Un eventuale cessate il fuoco tra Washington e Teheran non implicherebbe necessariamente la fine delle ostilità tra Iran e Israele. Tel Aviv ha le capacità operative per proseguire le operazioni in autonomia, e ha dimostrato nel corso dell’intera crisi una disponibilità a operare al di fuori — o ai margini — del coordinamento americano.
In questo scenario, la guerra tornerebbe a essere un conflitto regionale, con dinamiche diverse e un impatto meno diretto sul sistema energetico globale. Ma questa dissociazione avrebbe un costo politico significativo per Washington: lasciare Israele a combattere da solo significherebbe de facto accettare una perdita di controllo sull’escalation regionale, con il rischio che Tel Aviv assuma decisioni — eventuali strike definitivi sulle infrastrutture nucleari residue, operazioni che potrebbero coinvolgere Hezbollah o altri attori — che gli Stati Uniti non sono in grado né di endorsare né di fermare. La relazione patron-cliente tra Washington e Tel Aviv è strutturalmente asimmetrica in senso inverso rispetto all’apparenza: è spesso Washington a inseguire le decisioni israeliane, non a guidarle.
Il quadro che emerge è quello di una superpotenza che, pur conservando intatta la propria superiorità militare, si trova costretta a fare i conti con i limiti geopolitici ed economici delle proprie azioni — e di un Iran che, pur duramente colpito, conserva una capacità di resistenza e di deterrenza sufficiente a rendere insostenibile qualsiasi ipotesi di escalation ulteriore. È un equilibrio instabile, in cui ogni mossa è dettata più dal calcolo dei costi sistemici che dalla logica della vittoria militare.
Al di là delle narrazioni trionfalistiche a cui assisteremo inevitabilmente da entrambe le parti — perché entrambe avranno bisogno di raccontare questa storia come una vittoria — la postura americana, se confermata, mostrerebbe i caratteri di quella che potremmo definire maturità egemonica: non la virtù morale di chi sceglie la pace, ma la razionalità sistemica di chi comprende che alcune vittorie militari possono essere catastrofi strategiche. È una distinzione sottile, ma è quella che separa le grandi potenze che durano da quelle che si consumano nei propri successi.





