Il presidente cinese Xi Jinping sta imprimendo una nuova accelerazione alla sua visione di “unità etnica”, trasformandola da slogan politico a pilastro legislativo dell’intero sistema nazionale.
La recente approvazione della legge per la promozione dell’unità e del progresso etnico, votata dall’Assemblea Nazionale del Popolo, rappresenta il passaggio più esplicito nella strategia di sinicizzazione che il leader persegue da anni.
Il provvedimento eleva a norma giuridica l’idea di una Cina culturalmente uniforme, con l’etnia Han come riferimento centrale e le minoranze chiamate a integrarsi in un modello identitario definito dal Partito Comunista.
La legge introduce obblighi più stringenti sull’uso del putonghua, il cinese standard, fin dall’età prescolare, e rafforza il controllo statale su istruzione, religione e vita comunitaria nelle regioni abitate da tibetani, uiguri, mongoli e altri gruppi minoritari.
Le autorità presentano la riforma come uno strumento per consolidare la coesione sociale e contrastare separatismo, estremismo religioso e terrorismo. Tuttavia, organizzazioni per i diritti umani e attivisti denunciano il rischio di un’ulteriore erosione delle identità locali, già sottoposte a pressioni crescenti negli ultimi anni. Secondo gli osservatori, la nuova legge si inserisce in un quadro più ampio di centralizzazione del potere e di rafforzamento del controllo ideologico.
Xi considera l’unità etnica un elemento essenziale per la stabilità interna, soprattutto in un momento in cui la Cina affronta rallentamenti economici, tensioni geopolitiche e un crescente scrutinio internazionale sulle politiche nelle regioni autonome.
Il governo insiste sul fatto che la riforma non mira a cancellare le culture minoritarie, ma a “promuovere un forte senso di comunità nazionale”, un concetto che, nella pratica, tende a ridurre gli spazi di autonomia culturale.





