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Friedrich Merz, cancelliere della Repubblica Federale di Germania
Friedrich Merz, Cancelliere federale della Germania

La Conferenza di Monaco

martedì, 24 Febbraio 2026
3 minuti di lettura

Credo sia necessaria una lettura politica e strategica della Conferenza di Monaco, interpretata non come un semplice forum diplomatico, ma come un momento rivelatore di dinamiche profonde nell’assetto euro-atlantico. La chiave di lettura che emerge è quella della frammentazione dell’Occidente e della progressiva trasformazione della guerra in Ucraina da conflitto regionale a ridefinizione strutturale degli equilibri europei.

Partiamo dal discorso del Segretario di Stato USA. Apprezzabile nella forma, ma nella sostanza privo di novità politiche. Lo dimostra la diserzione di quest’ultimo all’incontro dei leader europei sulla guerra in Ucraina per volare da Orban.

Washington dialoga con gli Stati, non con l’Unione come soggetto unitario. Il messaggio implicito è che l’Europa, in quanto entità politica sovranazionale, non è considerata interlocutore strategico primario sul conflitto che si svolge sul suo stesso continente.

Di fatto il nervo scoperto del rapporto UE USA rimane tale. Se il conflitto ucraino è, per definizione geografica e sistemica, un conflitto europeo, l’assenza di un riconoscimento pieno del ruolo dell’UE segnala una debolezza strutturale dell’architettura europea di sicurezza. In questo senso, si conferma una marginalizzazione politica dell’Europa come soggetto collettivo

Merita un momento di riflessione anche la dichiarazione di Merz, che è stata di fatto condivisa dagli altri Paesi Europei, la quale riafferma il principio della guerra perpetua, almeno finché la Russia non sarà così consumata dal conflitto da dover accettare la pace. Questa dichiarazione rileva perché implica un cambio qualitativo: non più sostegno all’Ucraina in funzione difensiva, ma una strategia di logoramento sistemico della Russia. Al di là delle capacità di raggiungere gli obiettivi, la Russia viene elevato a nemico sistemico dell’Europa. Ma elevare la Russia a “nemico sistemico” dell’Europa significa ridefinire l’intero impianto economico, energetico e politico continentale.

Se la Russia non è solo l’aggressore dell’Ucraina ma diventa il nemico strutturale dell’Europa, allora le conseguenze non si limitano al piano militare. Si tratta di ripensare catene di approvvigionamento, mercati energetici, dottrine di difesa e, soprattutto, l’identità geopolitica europea. È un passaggio che richiama dinamiche tipiche della Guerra Fredda: cristallizzazione dei blocchi, riduzione degli spazi di mediazione, irrigidimento ideologico.

Ma la Guerra Fredda aveva anche qualcosa che oggi manca, ovvero canali di comunicazione istituzionalizzati, una hotline, accordi di controllo degli armamenti come il SALT e il START, una certa grammatica condivisa della deterrenza. Oggi quei meccanismi sono in gran parte saltati o sospesi, il che rende il momento attuale per certi versi più pericoloso, non perché le intenzioni siano peggiori, ma perché gli strumenti di gestione della crisi sono molto più fragili.

La terza riflessione riguarda il riavvicinamento politico della Gran Bretagna che scopre che per esistere ha bisogno di essere europea. Starmer dichiara “Non siamo più la Gran Bretagna della Brexit”. Questo rientro strategico tuttavia non è neutro: Londra è storicamente uno degli attori più critici nei confronti di Mosca e tra i più attivi nel sostegno militare a Kiev. La sua convergenza con Berlino, Parigi e Varsavia rafforza una linea di deterrenza dura.

In ultimo, ma non per ordine di importanza, si è discusso dell’arma nucleare europea. Tema che è in agenda da mesi con tanto di lavoro di think tank europeo consegnato ai partecipanti. Sul tema si registra un allineamento tedesco, francese, britannico e polacco. La Francia dispone già di un arsenale nucleare autonomo; il Regno Unito pure. Ma l’eventuale estensione o condivisione della deterrenza a Paesi come Germania e Polonia avrebbe implicazioni enormi in termini di non proliferazione, coesione NATO e rapporto con Washington.

Non è questa la sede per esprimere tutti i dubbi sulla fattibilità di un progetto simile, a partire dal consenso americano.

Però possiamo collegare i punti. Abbiamo degli USA ambigui sul conflitto che non vogliono l’Unione europea, la Russia Elevata a nemico dell’Europa (non solo dell’Ucraina), il ritorno di una Gran Bretagna notoriamente anti russa, e una possibile proliferazione atomica per Germania e Polonia che appunto vedono la Russia come la grande minaccia a se stesse e all’Europa.

Non so se ci sarà la pace in Ucraina, ma se unite i puntini è plausibile che non stiamo neanche creando i presupposti di una pace europea. Questi leader hanno formalizzato che dovremo confrontarci con una nazione con 1710 testate nucleari operative e auspicano la possibilità di una deterrenza nucleare di Polonia e Germania.

Qualcuno si sta ponendo la domanda se la Russia aspetterà il concretizzarsi di una minaccia nucleare? E non è retorica:richiamala logica della sicurezza preventiva e del dilemma della sicurezza, secondo cui le misure difensive di un attore vengono interpretate come offensive dall’altro.

Infine, possiamo introdurre un ulteriore livello di complessità: l’ipotesi di un disegno americano di destrutturazione dell’Unione Europea. Se gli Stati Uniti privilegiassero relazioni bilaterali con singoli Stati europei piuttosto che con Bruxelles, il risultato potrebbe essere un’Europa più frammentata e quindi meno capace di agire come attore strategico unitario. In uno scenario del genere, il riarmo e l’eventuale nucleare europeo rischierebbero di svilupparsi in modo disomogeneo, aumentando l’instabilità anziché rafforzare la sicurezza.

Più che costruire le condizioni di una pace europea, che non può che fondarsi su un’architettura di sicurezza reciproca tra Russia e Europa, le dinamiche emerse a Monaco sembrerebbero consolidare un nuovo confronto strutturale con Mosca, in un contesto di ambiguità americana e di possibile trasformazione dell’architettura nucleare continentale. Il vero interrogativo che emerge non è solo se vi sarà pace in Ucraina, ma se l’Europa stia ridefinendo se stessa come spazio di deterrenza permanente, con tutte le implicazioni strategiche che questo comporta.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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