Superati i quarant’anni di età, gli appartenenti alla generazione dei millennial osservano con inquietudine il futuro della Social Security. Il dato è chiaro: il fondo fiduciario potrebbe esaurirsi nel 2032, e il taglio automatico del 22% che seguirebbe non distinguerebbe tra chi ha versato contributi per decenni e chi sta già percependo le prestazioni. Il fenomeno è più ampio: i baby boomer detengono la ricchezza, i millennial sostengono i costi, e la Gen Z eredita il conto finale.
Una dinamica che ricorda la metafora coniata nel 1974 dal giornalista Russell Baker: i boomer come un “maiale nel pitone”, una massa di 76 milioni di persone che attraversa il sistema economico americano deformandolo in ogni fase. Secondo una nuova analisi del Committee for a Responsible Federal Budget (CRFB), gli americani che andranno in pensione in questo decennio riceveranno, sotto forma di prestazioni, circa il 133% di tutto ciò che loro e i loro datori di lavoro hanno versato in tasse, calcolato in valore attuale.
Eliminando la quota del datore di lavoro, il rendimento quasi raddoppia: circa il 265% dei contributi personali. Un lavoratore con salario mediano che andrà in pensione nel 2027 riceverà circa 730.000 dollari in benefici nel corso della vita, a fronte di meno di 200.000 dollari versati complessivamente. Il sistema regge perché le tasse sui salari dei lavoratori attuali coprono il divario. Chi paga oggi? In larga parte i millennial. Chi incassa? I baby boomer. I benefici superano le tasse totali versate dopo soli sei anni di pensione, e superano i contributi personali del lavoratore dopo appena tre anni.
In un Paese dove il dibattito sulla sostenibilità dei programmi sociali si fa sempre più acceso, questi numeri alimentano una domanda cruciale: chi sosterrà il peso del sistema quando la generazione più numerosa avrà completato il suo passaggio attraverso il “pitone” dell’economia americana?


