Cinquant’anni fa, il 1° agosto 1976, il Nürburgring divenne il palcoscenico di uno degli episodi più drammatici e simbolici della storia della Formula 1: il rogo che quasi costò la vita a Niki Lauda e che, allo stesso tempo, ne consacrò la leggenda. Quel giorno, sul vecchio Nordschleife, la Ferrari dell’austriaco perse il controllo, colpì il terrapieno e si trasformò in una palla di fuoco. Le immagini del pilota intrappolato nell’abitacolo fecero il giro del mondo, mostrando la brutalità di un circuito già considerato il più pericoloso del calendario. A salvarlo furono alcuni colleghi che si fermarono senza esitazione: Arturo Merzario, Guy Edwards, Brett Lunger e Harald Ertl.
Oggi, mezzo secolo dopo, solo Merzario e Lunger sono ancora in vita; Edwards è scomparso nel giugno di quest’anno mentre Ertl morì nel 1982. La loro prontezza, il coraggio e la totale assenza di calcolo trasformarono un incidente mortale in un miracolo sportivo. Lauda riportò ustioni gravissime e danni ai polmoni, ma sopravvisse grazie a quei gesti immediati e disperati. Sei settimane dopo, contro ogni logica medica, Lauda tornò in pista a Monza. Il volto ancora segnato dalle ustioni, il dolore fisico costante e la paura che non aveva mai nascosto non gli impedirono di lottare per il titolo fino all’ultima gara, quella di Fuji, dove scelse di ritirarsi sotto la pioggia battente.
La vicenda è stata ricostruita nel 2013 da Ron Howard nel film ‘Rush’, una versione spettacolare e coinvolgente ma con diverse libertà narrative. Il rapporto tra Lauda e James Hunt, pur realmente competitivo, non fu mai la rivalità feroce e melodrammatica mostrata sullo schermo. Cinquant’anni dopo, il rogo del Nürburgring resta un punto di svolta: segnò la fine del circuito nella Formula 1, cambiò per sempre gli standard di sicurezza. Lauda non fu solo un campione: fu la prova vivente che il coraggio può sopravvivere al fuoco.





