La Romania si trova ad affrontare una crisi energetica senza precedenti: dopo la chiusura del primo reattore nucleare di Cernavoda tre giorni fa, il Ministero dell’Energia ha annunciato mercoledì lo spegnimento anche del secondo reattore. È la prima volta che i due impianti da 706 megawatt ciascuno vengono scollegati contemporaneamente dalla rete a causa dei livelli eccezionalmente bassi del Danubio, da cui dipende il sistema di raffreddamento. La società statale Nuclearelectrica, che gestisce i reattori, fornisce circa un quinto dell’elettricità nazionale. La chiusura simultanea comporterà un aumento della dipendenza dalle importazioni e una pressione ulteriore sui prezzi dell’energia, già in crescita per via delle ondate di calore che stanno colpendo gran parte dell’Europa.
Secondo il Ministero dell’Energia, il picco di consumo previsto questa settimana è di 7,3 GW, mentre la produzione interna è scesa fino a 4,3 GW prima dello spegnimento del secondo reattore. In condizioni normali, la Romania produce in media 7 GW. La crisi non riguarda solo Bucarest. I bassi livelli del Danubio hanno costretto anche la centrale nucleare di Paks, in Ungheria, a spegnere uno dei suoi quattro reattori. Il fiume, secondo più lungo d’Europa, ha registrato martedì un flusso di appena 1.650 metri cubi al secondo all’ingresso in Romania, contro una media di luglio di 4.750. Le previsioni indicano un ulteriore calo a 1.500 entro il 4 agosto, vicino al minimo storico di 1.400 del 1985. Il fenomeno è aggravato dalle temperature eccezionali: secondo il Reuters Climate Monitor, la massima media prevista mercoledì in Europa occidentale è stata di 31°C, ben 7,4 gradi sopra la norma stagionale. La combinazione di caldo estremo, stress idrico e infrastrutture energetiche vulnerabili sta mettendo alla prova la resilienza del sistema elettrico dell’Europa orientale.





