Fino a poche settimane fa, ai piedi di Vila Cururu, nel cuore del territorio indigeno più violato del Brasile, sorgeva un bordello improvvisato che rappresentava il volto più crudo della corsa all’oro illegale. Minatori ubriachi affollavano tavoli di legno, tra birra, whisky e lap dance, prima di ritirarsi nelle baracche dietro il locale. Intorno, orde di garimpeiros armati di picconi ed esplosivi devastavano colline e savana. “Ora hanno spazzato via tutto. Hanno distrutto la natura”, racconta Jackson Katitãurlu, leader Nambiquara, il cui villaggio si trova a pochi chilometri da quel caos. Ma una mattina recente, Vila Cururu era deserta: le forze di sicurezza brasiliane l’avevano rasa al suolo, mantenendo la promessa del presidente Luiz Inácio Lula da Silva di sradicare la minerazione illegale dopo gli anni di violenza sotto Jair Bolsonaro.
Nilton Tubino, responsabile degli sgomberi, ricorda come i minatori siano fuggiti nella foresta quando le truppe hanno lanciato un’offensiva via terra e via aria a fine marzo. Sararé, una vasta area grande quanto Singapore, ha perso il 4% delle sue foreste tra il 2024 e il 2025: 44,8 km² distrutti, quasi metà Manhattan. “È una devastazione totale”, sospira Tubino attraversando Garimpo Quatro, una delle miniere più grandi, con un machete alla cintura. Paradossalmente, parte della crisi deriva dal successo della campagna anti‑mineraria di Lula nel territorio Yanomami: molti minatori si sono spostati a sud, verso Sararé. A questo si aggiunge l’impennata del prezzo dell’oro, alimentata dall’instabilità globale e dalla politica estera imprevedibile di Donald Trump, che ha spinto investitori a cercare rifugi sicuri. La guerra contro la minerazione illegale è estenuante e pericolosa. Tubino, seduto tra le macerie di una baracca distrutta, sorride amaramente: “Vacanze? Le vacanze non esistono”.





