La marina cinese ha testato lunedì il lancio di un missile balistico a lungo raggio da un sottomarino a propulsione nucleare nel Pacifico meridionale, un’operazione rara che ha suscitato proteste da parte di Australia, Giappone e Nuova Zelanda. Secondo l’agenzia di stampa Xinhua, il missile era dotato di una testata inerte e il test, avvenuto alle 12:01 ora locale, faceva parte di un’esercitazione annuale “di routine”, conforme al diritto internazionale e “non diretta contro alcun Paese”. Il lancio, il primo di questo tipo da due anni, è stato interpretato dagli esperti come un segnale della crescente ambizione militare di Pechino.
La Nuova Zelanda ha confermato di essere stata informata poche ore prima del test, precisando che il missile è stato lanciato all’interno della Zona libera da armi nucleari del Pacifico meridionale, istituita dal Trattato di Rarotonga del 1986. L’Australia ha definito l’azione “destabilizzante”. Anche il Giappone ha espresso preoccupazione per la crescente attività militare cinese. Pechino ha respinto le critiche, invitando i Paesi “a evitare interpretazioni eccessive”. Tuttavia, secondo Drew Thompson, ricercatore della Nanyang Technological University di Singapore, “la modernizzazione militare della Cina è avvenuta senza un parallelo aumento di trasparenza, generando incertezza sulle sue intenzioni”.
La Cina mantiene una politica di “non primo utilizzo” delle armi nucleari, ma continua a espandere la propria flotta sottomarina. Secondo la Nuclear Threat Initiative, Pechino dispone di sei sottomarini lanciamissili balistici e 59 sottomarini d’attacco a propulsione nucleare. Il Pentagono stima che la Cina possedesse circa 600 testate nucleari nel 2024 e che potrebbe superare le 1.000 entro il 2030. Il test di lunedì, pur con testata inerte, segna un nuovo passo nella proiezione strategica cinese nel Pacifico e conferma che la competizione militare tra le grandi potenze si sta estendendo sempre più alle profondità dell’oceano.





