Donald Trump sceglie Mount Rushmore per celebrare i 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza e trasforma l’anniversario americano in un discorso sull’identità nazionale, sulla libertà e sullo scontro politico interno. Davanti al monumento simbolo della storia presidenziale degli Stati Uniti, il Presidente rivendica il primato del Paese e rilancia la sua visione dell’America: una nazione fondata su diritti ricevuti da Dio, sulla forza della Costituzione e su una cultura che, a suo giudizio, deve essere difesa da nuove minacce. “A 250 anni, l’America è la repubblica più antica della Terra. Siamo il popolo più libero della Terra. Abbiamo la Costituzione più giusta e duratura della Terra”, afferma Trump nel suo intervento.
Il Presidente definisce gli Stati Uniti “la nazione di maggior successo” nella storia dell’umanità e lega la nascita del Paese alla “protezione di Dio”. La fondazione americana, sostiene, non rappresenta la normalità, ma “l’eccezione”: un’esperienza rara, costruita da uomini, idee e valori che avrebbero dato vita alla “repubblica più straordinaria di sempre”.
Il discorso non resta però confinato alla celebrazione. Trump richiama gli americani al dovere di trasmettere la propria cultura ai figli e accusa gli avversari di voler cambiare il carattere del Paese. “Negli ultimi anni, c’è stato un innegabile tentativo di estirpare da noi lo spirito americano, di allontanarci dalla nostra storia”, dice. Da qui la promessa: “Restituiremo al nostro Paese la sua identità”.
Comunismo
Il passaggio più duro riguarda il comunismo. Alla vigilia dell’anniversario, Trump parla di una “identità americana sotto un rinnovato attacco” e denuncia quella che definisce una rinascita della minaccia comunista anche dentro gli Stati Uniti. Per il Presidente si tratta di un pericolo diretto per la libertà americana: “Il comunismo è una minaccia mortale. È la più grande minaccia per il nostro Paese”. Poi il giuramento davanti alla platea: “I cittadini degli Stati Uniti d’America sconfiggeranno rapidamente il comunismo. L’America non sarà mai un Paese comunista”.
Trump contrappone la fondazione degli Stati Uniti alle ideologie che considera nemiche dei popoli liberi. Da una parte, dice, ci sono “le migliori idee e tradizioni della storia”; dall’altra, il comunismo, che a suo giudizio rappresenta “le peggiori idee e gli abusi della storia”. Il Presidente lega così la memoria della Guerra Fredda al presente politico americano e presenta la battaglia culturale come una nuova prova per la nazione.
Non manca il bilancio della sua amministrazione. Trump sostiene che il Paese “oggi sta andando meglio che mai” e cita 19,2 trilioni di dollari di investimenti affluiti negli Stati Uniti. Rivendica il rispetto internazionale riconquistato da Washington e attacca la precedente amministrazione, accusata di aver condotto la nazione verso un declino che, secondo lui, gli americani “non potranno mai dimenticare”.
Politica estera
Il Presidente allarga poi il discorso alla politica estera. Ricorda le due guerre mondiali, la Guerra Fredda e le sfide più recenti, fino al riferimento al Venezuela e all’Iran. Su Teheran afferma che gli Stati Uniti hanno dato “una sonora lezione” e sostiene che l’Iran “non vede l’ora di trovare un accordo”. Una rivendicazione inserita in una narrazione più ampia: l’America come Paese capace di vincere le proprie guerre, respingere i nemici e indicare una direzione al mondo. La chiusura torna al registro patriottico. “Il sogno americano vive ancora e la bandiera americana sventola più fiera che mai”, dice Trump, prima di annunciare “l’inizio dell’Età dell’Oro dell’America”. Poi la promessa finale: rendere gli Stati Uniti “più grandi, migliori e più forti che mai”.





