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Caritas, la povertà non arretra: assistiti in aumento del 48% in dieci anni

Caritas, la povertà non arretra: assistiti in aumento del 48% in dieci anni

Nel 2025 seguite oltre 282mila persone, con un rialzo dell’1,7% sull’anno precedente. Crescono anziani, disagio abitativo e richieste di aiuto anche tra chi lavora
mercoledì, 17 Giugno 2026
3 minuti di lettura

Alla fine è inutile girarci attorno: la povertà non arretra. Anzi. E difatti nel 2025 la rete Caritas ha accompagnato 282.539 persone, il 1,7% in più rispetto all’anno precedente, attraverso 3.520 servizi distribuiti in 206 diocesi. Il dato fotografa solo i centri informatizzati, quindi una parte del lavoro svolto sui territori, ma basta a indicare una tendenza: la domanda di aiuto resta alta e cambia volto. Nel giro di dieci anni le persone assistite sono cresciute del 48%, una variazione che sposta il fenomeno fuori dalla logica dell’emergenza e lo consegna a una dimensione più stabile. Il rapporto 2026 di Caritas Italiana colloca questa dinamica dentro un Paese nel quale la povertà assoluta riguarda 5,7 milioni di persone, circa una su dieci.

Empori solidali e reti parrocchiali

La rete ecclesiale incrocia quella condizione ogni giorno, nei centri di ascolto, nelle mense, negli empori solidali, nei servizi parrocchiali. Il numero medio di assistiti per servizio scende da 83,1 a 80,3: non segnala meno bisogno, ma una rete più diffusa, con presidi più vicini alle persone. Le parrocchie rappresentano oltre la metà dei presidi attivi, ma la quota maggiore degli accessi resta in carico alle strutture diocesane. La distribuzione della domanda non segue sempre la mappa statistica della fragilità: dipende anche dalla presenza dei servizi, dalla fiducia nei punti di ascolto, dalla capacità dei territori di intercettare chi resta fuori dai canali ordinari.

Dove c’è più povertà

Il 2025 mostra differenze nette tra le aree del Paese. Nel Mezzogiorno le persone accompagnate aumentano del 6,4%, al Nord del 2%, mentre il Centro registra un calo del 2,2% pur con più servizi attivi. In valori assoluti, il Nord raccoglie 138.445 prese in carico, il Centro 81.491, il Mezzogiorno 62.603. La geografia del bisogno racconta quindi sia l’intensità della povertà sia la forza della rete locale. Nel decennio, però, la crescita più forte si concentra al Nord, dove gli assistiti salgono del 61,8%. È il segnale di una povertà che non coincide più con le sole aree tradizionali del disagio e che si allarga anche dove lavoro e redditi non mettono al riparo dal rischio sociale.

La durata degli aiuti

Il nodo più evidente riguarda la durata. Il 28,1% delle persone seguite risulta in contatto con Caritas da almeno cinque anni. Non si tratta quindi di richieste isolate, ma di percorsi che restano aperti. Anche il numero medio di incontri annui, salito a 8,7 per persona, conferma il peso di bisogni ricorrenti. La povertà si stratifica, entra nelle biografie, consuma reti familiari e capacità di reazione. La presa in carico diventa più lunga perché più complesso appare il problema da affrontare. L’economia familiare resta il primo fronte. La povertà economica interessa il 78,1% degli assistiti; i problemi legati al lavoro coinvolgono il 44,2%.

Salari minimi e siede in crescita

Colpisce, però, la quota di chi ha un’occupazione e chiede comunque aiuto: il 24% lavora. Contratti deboli, salari bassi, nuclei numerosi e spese obbligate rendono insufficiente anche un reddito da impiego. Il lavoro non basta più, da solo, a garantire autonomia. Le famiglie con minori pesano per il 52% del totale, mentre oltre due terzi delle persone accompagnate hanno un titolo di studio non superiore alla scuola secondaria di primo grado.

Sempre più anziani

Il dato che cambia di più riguarda gli anziani. Gli over 65 rappresentano il 15,4% dell’utenza, ma in dieci anni la loro presenza è salita del 191%. Pensioni basse, affitti, bollette, cure mediche e isolamento spingono verso i centri Caritas una fascia che in passato appariva meno esposta alla richiesta di assistenza. L’età diventa così un fattore di rischio quando reddito, salute e legami sociali cedono nello stesso momento.

Problema casa

La casa pesa quasi quanto il reddito. La vulnerabilità abitativa riguarda il 34,9% delle persone accompagnate, una quota vicina al 35%. Dentro questo numero ci sono chi non ha un alloggio, chi vive in sistemazioni provvisorie, chi non riesce a pagare affitto, utenze o spese condominiali. La mancanza di stabilità abitativa rende più difficile cercare lavoro, curarsi, mantenere rapporti con la scuola e accedere ai servizi. Per molti nuclei il problema non è solo trovare una casa, ma reggere i costi di una casa.

Il rapporto indica anche il peso delle fragilità sanitarie e relazionali. Il 16,1% degli assistiti presenta bisogni legati alla salute; quasi una persona su tre vive da sola. Quando la malattia si somma a redditi bassi e abitazioni precarie, il rischio di esclusione cresce. Tra chi mostra problemi sanitari, quasi sei persone su dieci cumulano tre o più ambiti di bisogno; nei casi di sofferenza mentale la quota sale al 78,7%. La povertà, quindi, non procede per compartimenti separati: casa, salute, lavoro e solitudine si tengono insieme.

Chi chiede aiuto

La composizione dell’utenza resta mista. Gli stranieri sono il 56,7%, gli italiani il 41,6%, con una piccola quota di apolidi o persone con doppia cittadinanza. Al Nord prevale la componente straniera, mentre nel Mezzogiorno gli italiani restano maggioritari. La presenza di persone straniere cresce però anche al Sud e nelle Isole, segno di un cambiamento dei flussi di bisogno e delle forme di marginalità.

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