Keir Starmer affronta il momento più critico della sua leadership: dopo le pesanti sconfitte alle elezioni locali in Inghilterra e alle legislative in Scozia e Galles, il primo ministro britannico è travolto dalle richieste di dimissioni provenienti da una parte crescente del Partito Laburista. Decine di parlamentari hanno chiesto un cambio di guida, mentre l’ala più inquieta del gruppo attende il discorso di lunedì per decidere se avviare una sfida formale alla leadership.
Catherine West, tra le voci più critiche, ha dichiarato che tenterà di innescare una competizione interna se Starmer non presenterà un piano convincente per invertire la rotta. La popolarità del premier, trionfante meno di due anni fa, è precipitata sotto il peso di promesse mancate su crescita economica, servizi pubblici e costo della vita. A danneggiarne ulteriormente l’immagine è stata la controversa nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore a Washington, una decisione che ha alimentato accuse di cattivo giudizio politico.
Le urne hanno certificato il malcontento: il Labour ha perso voti sia verso Reform UK, che cavalca la retorica anti‑immigrazione, sia verso i Verdi, in un panorama politico sempre più frammentato. Starmer, però, non intende cedere. In un’intervista al The Observer, ha ribadito di voler governare per un decennio e punta tutto sul discorso di lunedì e sul programma legislativo che Re Carlo III presenterà mercoledì all’apertura del Parlamento. Tra le priorità, un riavvicinamento pragmatico all’Unione Europea, con l’obiettivo di alleggerire gli oneri commerciali post‑Brexit e negoziare un accordo sulla mobilità giovanile. “La Brexit ha frenato i nostri giovani”, ha affermato, pur escludendo un ritorno nell’UE o nel mercato unico. Nessuno dei potenziali sfidanti più forti — Angela Rayner, Wes Streeting o Andy Burnham — ha chiesto apertamente le sue dimissioni, ma la pressione cresce.





