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Iran

Iran, la guerra e il dovere delle democrazie

La civiltà millenaria iraniana merita di tornare a essere la grande nazione della sua storia, non la prigione dei suoi figli. Le società aperte hanno il dovere di non voltarsi dall’altra parte.
domenica, 1 Marzo 2026
2 minuti di lettura

Tra l’attacco di Stati Uniti e Israele e la brutale repressione del regime teocratico, la vera posta in gioco è la libertà del popolo iraniano. L’Italia rinnova la vicinanza ai civili e si prepara a essere ponte nel Mediterraneo di domani

C’è un confine sottile tra la geopolitica e la coscienza. La nuova guerra che vede l’attacco degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran non è soltanto un capitolo dell’eterna instabilità mediorientale: è lo specchio di una frattura più profonda, quella tra democrazia e tirannide.

Da anni l’Iran è ostaggio di una spietata teocrazia militare. Il fanatismo degli Ayatollah ha trasformato lo Stato in una macchina repressiva che colpisce soprattutto i giovani e le donne. È contro di loro che si è abbattuta una repressione feroce, culminata in una carneficina con decine di migliaia di morti, molti dei quali ragazzi. Giovani impiccati, torturati, uccisi per aver chiesto libertà, partecipazione, dignità. Giovani universitari massacrati per aver osato immaginare un Paese diverso.

Fermare le brutali violenze

Le democrazie non possono tollerare che nel consesso internazionale sieda un regime che reprime brutalmente il proprio popolo. Non possono chiudere gli occhi di fronte a un potere che perseguita chi chiede diritti civili e politici, che trasforma le università in luoghi di paura anziché di sapere. Le università iraniane devono tornare a essere fucine di idee, laboratori di cultura, ponti verso il mondo libero. Devono poter dialogare e cooperare con gli atenei dei Paesi democratici, in uno scambio che arricchisca entrambi.

No all’arma nucleare

L’Iran è una civiltà millenaria. La sua storia, la sua cultura, la sua profondità spirituale meritano di essere liberate dall’oppressione. Merita una piena democrazia capace di promuovere idee, economia, commercio, cultura. Merita di tornare a essere un protagonista positivo nel Mediterraneo allargato e nello scacchiere internazionale.

C’è poi un nodo cruciale: l’arma nucleare. Se un regime che uccide i propri giovani e soffoca ogni dissenso potesse disporre della bomba atomica, la minaccia non sarebbe solo regionale ma globale. Affidare un’arma così distruttiva a un potere cieco e repressivo significherebbe esporre tutti a un rischio incalcolabile. Anche l’Italia, esposta sul fronte orientale del Mediterraneo e priva di un proprio ombrello atomico, non potrebbe considerarsi al sicuro.

La libertà da riconquistare

Sostenere che la comunità internazionale debba impedire questa deriva non significa inneggiare alla guerra. Al contrario, significa chiedere che ogni azione militare eviti vittime civili e che l’obiettivo resti chiaro: la liberazione di un popolo dalla violenza della dittatura. La tutela dei civili deve essere la priorità assoluta, così come la costruzione di un percorso che apra alla democrazia e alla partecipazione popolare.

L’Italia dialogo con un Iran libero

In questo contesto, l’Italia ha una responsabilità e un’opportunità. In una nota diffusa al termine della riunione di governo presieduta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, Palazzo Chigi ha affermato: “In questo momento particolarmente difficile, l’Italia rinnova la propria vicinanza alla popolazione civile iraniana che con coraggio continua a richiedere il rispetto dei suoi diritti civili e politici”. Parole che segnano una linea: vicinanza al popolo, fermezza verso la repressione.

Se l’Iran imboccherà la strada della democrazia, l’Italia potrà essere protagonista di una nuova stagione di relazioni nel Mediterraneo e con il mondo arabo. Le relazioni diplomatiche, commerciali e culturali che in passato sono state intense potranno essere ristabilite e rafforzate, a beneficio di entrambi i Paesi.

Il dovere di agire

La guerra, in sé, non è mai una soluzione. Ma la libertà di un popolo non può essere sacrificata sull’altare dell’equilibrio apparente. L’Iran merita di tornare a essere la grande nazione della sua storia, non la prigione dei suoi figli. Le democrazie hanno il dovere di non voltarsi dall’altra parte.

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