Il lavoro autonomo offre libertà e indipendenza, ma espone a un rischio povertà più che doppio rispetto a quello dei dipendenti. Nel 2025, secondo i dati diffusi dall’Ufficio studi della Cgia il 18,8 per cento degli autonomi si trova in questa condizione contro il 7,9 per cento dei salariati, una distanza che diventa ancora più marcata nel Mezzogiorno, dove le percentuali raggiungono rispettivamente il 31,6 e il 15,1 per cento. In sostanza, al Sud quasi un lavoratore indipendente su tre deve fare i conti con una situazione economica fragile, nonostante l’impegno professionale. Dietro questi numeri si nasconde una realtà che riguarda milioni di persone. Secondo le dichiarazioni dei redditi 2024 pubblicate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, i titolari di partita Iva che hanno presentato la dichiarazione sfiorano i quattro milioni, una platea composta da artigiani, commercianti, professionisti e piccoli imprenditori, per i quali l’autonomia lavorativa comporta anche rischi e responsabilità economiche che ricadono direttamente sulle proprie spalle.
A pesare è soprattutto la differenza nelle tutele rispetto al lavoro dipendente. Chi esercita un’attività autonoma non dispone generalmente di ferie retribuite, permessi, Tfr e mensilità aggiuntive, mentre una malattia o un’interruzione del lavoro possono determinare un’immediata perdita di reddito. Nei periodi di crisi, inoltre, non può ricorrere alla Cassa integrazione e, in caso di chiusura definitiva, non beneficia della Naspi, ma soltanto, in presenza di specifici requisiti, dell’Iscro, uno strumento dalla copertura limitata.
Quasi due milioni di forfettari con redditi modesti
Per sostenere le partite Iva di minori dimensioni nel 2015 il Governo Renzi ha introdotto il regime forfettario, che prevede un’imposta sostitutiva del 15 per cento su un reddito determinato attraverso coefficienti legati all’attività esercitata. Dal 2016 rappresenta l’unico regime fiscale agevolato di riferimento per questa categoria, con un’aliquota ridotta al 5 per cento nei primi cinque anni per le nuove attività che rispettano i requisiti previsti. Oggi i contribuenti forfettari sono 1.996.469, ma i loro redditi risultano spesso lontani dalle cifre al centro delle polemiche sulla flat tax. Secondo i dati della Corte dei Conti richiamati dalla Cgia, il reddito medio annuo dichiarato, al netto delle perdite, è di 17.180 euro, mentre l’82 per cento registra ricavi inferiori a 50mila euro. Una realtà che coinvolge soprattutto lavoratori giovani, spesso privi di una struttura aziendale e con entrate discontinue.
Tra le libere professioni, la maggiore concentrazione riguarda i servizi della sanità privata, con psicologi, medici, fisioterapisti e paramedici che rappresentano il 10,3 per cento del totale considerato. Seguono le professioni tecniche ed edilizie, dagli ingegneri agli architetti fino ai geometri e ai muratori, oltre agli studi legali e ai consulenti aziendali e manageriali. Attività differenti, accomunate dalla necessità di sostenere direttamente i costi e i rischi del lavoro.
Lombardia prima per numero, Bolzano per reddito
La Lombardia guida la classifica nazionale per numero di contribuenti forfettari, con circa 356.500 partite Iva, seguita dal Lazio, che supera quota 231mila, e dalla Campania, con oltre 177mila. Una distribuzione che riflette il peso delle attività individuali nelle economie regionali, ma non coincide necessariamente con la graduatoria dei redditi dichiarati. Nel 2024 il primato reddituale spetta infatti alla Provincia autonoma di Bolzano, dove i forfettari hanno dichiarato in media 20.450 euro, davanti alla Provincia autonoma di Trento con 19.280 euro e alla Lombardia con 19.260 euro. All’ultimo posto figura la Calabria, ferma a 14.070 euro, mentre il valore medio nazionale riportato nella graduatoria territoriale è di 17.190 euro, con una differenza di 6.380 euro tra i due estremi della classifica.
Per la Cgia la questione centrale resta quella delle garanzie sociali, perché un sistema di sostegno adeguato dovrebbe consentire anche a chi lavora in proprio di affrontare malattie, crisi e interruzioni dell’attività senza perdere completamente la propria sicurezza economica.
Flat tax a 100mila euro, benefici per appena 41mila partite Iva
Intanto il disegno di legge di Bilancio 2027 prevede l’innalzamento della soglia di ricavi o compensi del regime forfettario da 85mila a 100mila euro, con uscita immediata oltre i 115mila euro. Ai fini Iva resterebbero invece gli attuali limiti, con la soglia di 85mila euro e l’esclusione in corso d’anno oltre i 100mila. La proposta ha suscitato le critiche dei sindacati e di alcuni partiti dell’opposizione, secondo i quali il trattamento agevolato penalizza i dipendenti con redditi analoghi. La Cgia, pur senza esprimere piena condivisione per il provvedimento, ne ridimensiona la portata economica. Secondo la Relazione tecnica, il costo annuo ammonterebbe a 260 milioni di euro, appena l’1 per cento della manovra, mentre i potenziali beneficiari sarebbero circa 41mila, pari a un incremento del 2 per cento rispetto all’attuale platea dei forfettari.
Numeri che, secondo l’associazione mestrina, rendono sproporzionato lo scontro politico rispetto agli effetti concreti della misura. L’aumento della soglia fiscale interesserebbe infatti una minoranza dei contribuenti, mentre per la grande maggioranza delle partite Iva resterebbero irrisolte le difficoltà legate ai redditi contenuti e alla scarsità di protezioni sociali. Ed è proprio su questo terreno che, al di là delle polemiche sulla flat tax, si concentra il problema più urgente per milioni di lavoratori autonomi.





