Duecento anni di carcere per aver trasformato la fede in uno strumento di morte. Un tribunale del Kenya ha condannato il leader religioso Paul Mackenzie per l’uccisione di 190 bambini, morti di fame dopo essere stati sottoposti a digiuni estremi nella comunità che il predicatore guidava nella foresta di Shakahola, vicino alla costa dell’Oceano Indiano.
La sentenza e le responsabilità
La giudice Diana Kavedza ha stabilito una pena di cento anni per gli omicidi attraverso la privazione del cibo e altri cento per omicidio diretto. Mackenzie, che ha sempre negato di aver costretto i fedeli a digiunare, è rimasto impassibile alla lettura della sentenza. Il tribunale ha respinto la sua versione dei fatti. Altri 28 imputati, ritenuti suoi complici, sono stati condannati a pene comprese tra dieci e 160 anni. La difesa ha già annunciato ricorso.
Secondo l’accusa, Mackenzie aveva convinto i seguaci che “la morte per fame avrebbe permesso loro di raggiungere il paradiso prima della fine del mondo”. La corte ha ricostruito un sistema di controllo nel quale le persone più vulnerabili venivano sottoposte a digiuno e chi cercava cibo o acqua poteva essere punito e immobilizzato. Tra le vittime numerosi bambini, costretti ad assistere alla morte di fratelli e familiari.
La scoperta della tragedia
Il caso esplose nell’aprile 2023, quando la polizia iniziò a trovare corpi nella foresta di Shakahola, nei pressi di Malindi. Il processo appena concluso riguardava 190 minori e un adulto, ma secondo la Commissione nazionale kenyota per i diritti umani nella zona sono stati recuperati complessivamente 448 corpi. Mackenzie è inoltre accusato in un altro procedimento per la morte di 52 persone trovate in una località a circa 30 chilometri di distanza e si è dichiarato non colpevole.
La tragedia ha aperto in Kenya anche il capitolo delle responsabilità istituzionali. Mackenzie era noto alle autorità già dal 2017 e la sua chiesa era stata chiusa nel 2019, prima del trasferimento nella foresta. Il presidente William Ruto ha riconosciuto le mancanze dello Stato, mentre associazioni per i diritti umani chiedono che siano accertate le responsabilità di chi ignorò i segnali d’allarme. La sentenza chiude così una fase giudiziaria, ma lascia aperta una domanda destinata a pesare sul Paese: come sia stato possibile non fermare in tempo una tragedia di simili proporzioni.





