Una falsa offerta di lavoro, un colloquio online e un software apparentemente innocuo scaricato sul computer aziendale. Sarebbe cominciato così il gigantesco attacco informatico contro Binance, culminato il 29 ottobre nel furto di oltre 6 miliardi di dollari in criptovalute.
L’FBI ha attribuito l’operazione alla Corea del Nord e in particolare al gruppo di hacker TraderTraitor, già collegato al maxi furto da 1,5 miliardi ai danni di Bybit nel 2025. L’assalto finale è stato rapidissimo. In circa venti minuti gli aggressori sono riusciti a sottrarre asset dai portafogli dell’exchange distribuendoli attraverso numerose blockchain.
Binance ha stimato l’impatto dell’attacco intorno ai 6,3 miliardi di dollari, mentre Elliptic ha calcolato 6,43 miliardi. Dietro quei pochi minuti ci sarebbe però una preparazione molto più articolata. Le prime ricostruzioni indicano che la compromissione di un computer appartenente a un dipendente avrebbe consentito agli hacker di penetrare nell’infrastruttura interna. L’azienda ha successivamente individuato ulteriori punti di accesso, definendo l’operazione un attacco complesso e non riconducibile a una semplice incursione isolata.
Una parte consistente delle criptovalute sottratte è stata intanto bloccata. Elliptic ha verificato il congelamento o sequestro di circa 2,85 miliardi di dollari, pari al 44% del totale analizzato, mentre gli aggressori stanno convertendo altri asset e spostandoli tra blockchain differenti. L’FBI sostiene che TraderTraitor stia trasformando parte dei fondi rubati principalmente in Ethereum, preparandone ulteriori passaggi attraverso servizi finanziari decentralizzati e piattaforme di scambio immediato.
Binance, nel frattempo, ha assicurato che saranno coperte le perdite provocate dall’attacco e ha già ricostituito il 90% degli asset sottratti. Il caso dimostra ancora una volta come, dietro i più sofisticati assalti digitali, il primo varco possa aprirsi sfruttando non una debolezza della tecnologia, ma la fiducia di chi la utilizza.





