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La guerra cognitiva di Mosca

sabato, 17 Ottobre 2026
4 minuti di lettura

Una legge che non esiste, una decisione mai adottata e una dichiarazione attribuita a un’esponente dell’Unione europea che non risulta averla pronunciata. Sono gli ingredienti di una campagna di disinformazione russa sulla presunta mobilitazione obbligatoria delle donne ucraine, presentata come imminente e imposta da Bruxelles a Kyiv. Una falsità che tocca un tema sensibile per una popolazione da oltre quattro anni e mezzo vittima della guerra di aggressione russa.

Il 10 settembre il Servizio di intelligence estera della Federazione Russa (SVR) ha sostenuto che la Commissione europea avrebbe chiesto a Kyiv di introdurre la coscrizione femminile per compensare la carenza di uomini disponibili a combattere. All’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri, Kaja Kallas, è stata attribuita una dichiarazione secondo cui la mobilitazione delle donne sarebbe “un passo nella giusta direzione”. Nessuna prova ha accompagnato queste affermazioni, rilanciate da canali Telegram filorussi e altri circuiti online.

I fatti sono diversi. In Ucraina non esiste una legge sulla mobilitazione obbligatoria delle donne né un progetto legislativo per introdurla. Già il 25 agosto la Commissione per la sicurezza nazionale, la difesa e l’intelligence della Verkhovna Rada aveva chiarito che una simile mobilitazione non era in corso, non veniva preparata e non era oggetto di discussione parlamentare. La normativa distingue due situazioni che la propaganda confonde: l’iscrizione nei registri militari, obbligatoria per le donne con determinate qualifiche mediche o farmaceutiche, e l’effettivo arruolamento, che per le donne avviene su base volontaria anche durante la guerra.

A smentire le presunte pressioni europee è intervenuto anche Andrius Kubilius, commissario europeo per la Difesa e lo Spazio. L’11 settembre ha dichiarato di non essere a conoscenza di alcuna iniziativa in tal senso, osservando quanto sarebbe singolare che l’Europa pretendesse di decidere le modalità della mobilitazione ucraina. Ha ricondotto la notizia al Cremlino. Le smentite non ne hanno però impedito la diffusione.

Un’altra manipolazione ha riguardato il quotidiano britannico The Telegraph, che aveva raccolto le testimonianze di donne impegnate nelle Forze armate ucraine. L’opinione personale di una militare favorevole a un modello di leva simile a quello israeliano è stata trasformata nella presunta prova di una campagna occidentale a sostegno della coscrizione femminile. Non serve inventare tutto: a volte basta isolare una frase dal contesto e alterarne il significato.

Nelle settimane successive sono circolati anche presunti manifesti di reclutamento, convocazioni e immagini attribuite alle autorità ucraine, alcuni dei quali risultavano manipolati o prodotti artificialmente. L’intelligenza artificiale ha reso più semplice confezionare contenuti dall’aspetto credibile e distribuirli rapidamente.

Il meccanismo della manipolazione è evidente: dichiarazioni inventate, testimonianze estrapolate dal loro contesto e immagini contraffatte vengono utilizzate per costruire una narrazione apparentemente credibile, ma priva di fondamento. Non si tratta di dimostrare l’esistenza di una decisione realmente adottata, bensì di creare le condizioni affinché una notizia falsa venga percepita come plausibile.

L’episodio si inserisce nella più ampia strategia di guerra ibrida condotta da Mosca, nella quale la disinformazione viene utilizzata per influenzare le percezioni, alimentare divisioni e condizionare il dibattito politico. Nel caso della presunta coscrizione femminile, la narrazione propagandistica si rivolge a destinatari diversi: alle famiglie ucraine, nelle quali cerca di alimentare il timore di nuovi sacrifici imposti dallo Stato; all’opinione pubblica europea, alla quale presenta Bruxelles come responsabile di una mobilitazione forzata; e alla comunità internazionale, alla quale suggerisce che l’esercito ucraino sia ormai prossimo al collasso.

Non occorre convincere tutti: basta insinuare il dubbio, moltiplicare le versioni e saturare lo spazio informativo. Quando la stessa falsità compare su molti canali, viene condivisa sui social e ripresa senza controlli, la sua ripetizione può essere scambiata per una conferma. La familiarità con una notizia prende il posto della prova. Ed è proprio questa contaminazione progressiva dell’ambiente informativo a rendere la propaganda particolarmente insidiosa.

Il Servizio europeo per l’azione esterna ha documentato reti coordinate capaci di falsificare contenuti e amplificare su più piattaforme narrazioni utili al Cremlino. L’Ucraina è un bersaglio centrale, ma non esclusivo. Le campagne raggiungono anche le società europee, dove possono indebolire la fiducia nelle istituzioni e alterare il confronto pubblico sulle scelte di politica estera e di sicurezza.

Per questo il fact-checking non è una semplice attività di correzione degli errori. Significa risalire alla fonte originaria, controllare il testo di una legge, verificare se una dichiarazione sia stata realmente pronunciata, distinguere un documento autentico da uno contraffatto e confrontare testimonianze indipendenti. Soprattutto, significa separare ciò che qualcuno sostiene da ciò che può essere dimostrato. Sono operazioni che richiedono tempo e competenze, proprio mentre gli strumenti digitali permettono di produrre e diffondere una falsità in pochi minuti.

La verifica deve però rimanere rigorosa e imparziale. Non può trasformarsi in una gara tra narrazioni politiche, nella quale ogni parte considera attendibili soltanto i fatti congeniali alle proprie convinzioni. Una notizia falsa resta falsa anche quando conferma ciò che pensiamo; una notizia vera non perde valore perché mette in discussione le nostre idee. È una responsabilità del giornalismo e di chiunque condivida contenuti senza verificarne origine e attendibilità. La buona fede non impedisce di diventare un amplificatore involontario della propaganda.

Il problema investe la qualità stessa del confronto democratico. Criticare governi, istituzioni e decisioni internazionali è legittimo e necessario, ma un dibattito libero richiede una base di fatti verificabili. Se quella base viene sistematicamente inquinata, i cittadini finiscono per confrontarsi non sulle diverse interpretazioni della realtà, bensì su realtà artificiosamente costruite. La guerra cognitiva non cerca soltanto di orientare le opinioni: può compromettere la capacità di formarle autonomamente.

La vicenda della presunta mobilitazione femminile lo dimostra. Per alimentare una narrazione internazionale è bastata un’affermazione dell’intelligence russa priva di riscontri; per smontarla sono servite verifiche delle fonti istituzionali, della normativa e dei materiali circolati online. Contrastare la disinformazione non significa limitare la libertà di espressione, ma tutelare le condizioni che permettono di esercitarla consapevolmente. Una democrazia si indebolisce non soltanto quando vengono impedite le opinioni, ma anche quando vengono falsificati i fatti sui quali quelle opinioni dovrebbero formarsi.

Renato Caputo

Renato Caputo

Docente universitario di “Diritto Internazionale e normative sulla sicurezza (IUS/13)” nell’ambito del Master universitario di Secondo Livello in Scienze Informative per la Sicurezza presso l’Università degli Studi eCampus di Novedrate (CO)

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