In Italia le nascite continuano a diminuire. Nel 2024 sono stati registrati circa 370mila nati, mentre l’età media delle donne alla nascita del primo figlio ha superato i 31 anni. Dietro questi numeri ci sono difficoltà economiche, precarietà lavorativa, costi abitativi e problemi di conciliazione tra lavoro e famiglia. Ma c’è anche un’altra questione, meno visibile: la salute riproduttiva, esposta a fattori ambientali che la ricerca scientifica sta ancora cercando di comprendere pienamente.
Tra questi ci sono gli interferenti endocrini, alcune sostanze chimiche capaci di alterare il funzionamento del sistema ormonale, e le microplastiche, ormai rilevate anche in diversi tessuti umani. Gli studi sperimentali suggeriscono possibili effetti sulla funzione ovarica, sulla qualità degli spermatozoi e sui meccanismi della riproduzione. Per quanto riguarda gli esseri umani, tuttavia, le prove non consentono ancora di quantificare con precisione quanto le microplastiche contribuiscano all’infertilità o al calo delle nascite.
Il problema non riguarda soltanto i Paesi occidentali. L’esposizione agli inquinanti interessa popolazioni diverse per reddito, condizioni di vita e accesso alle cure. Eppure, mentre in Europa le culle si svuotano, in molte regioni dell’Africa subsahariana nascono ancora più bambini per donna. Come si spiega questa differenza? E che cosa ci dice sul rapporto tra biologia, cultura e scelte riproduttive?
La fertilità biologica non è la fecondità demografica
Per rispondere bisogna partire da una distinzione fondamentale. La fertilità biologica è la capacità di concepire; la fecondità demografica indica invece il numero medio di figli per donna in una determinata popolazione. I due fenomeni sono collegati, ma non coincidono.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che circa una persona su sei sperimenti infertilità nel corso della vita. Il problema interessa Paesi ad alto, medio e basso reddito, con differenze tra le regioni relativamente contenute nelle stime globali. Questo non significa che le cause siano ovunque le stesse: possono intervenire fattori maschili e femminili, infezioni, condizioni mediche, età e stili di vita, oltre a possibili esposizioni ambientali.
Una popolazione può dunque avere una quota significativa di persone con difficoltà riproduttive e continuare, nello stesso tempo, a registrare un numero elevato di nascite. Il risultato dipende anche da quante persone si trovano in età fertile, da quando iniziano ad avere figli, dal numero di gravidanze desiderato e dalla possibilità di ricorrere alla contraccezione. Non è quindi corretto dedurre dalla natalità di un Paese che la sua popolazione sia biologicamente più fertile di un’altra.
È altrettanto importante non attribuire automaticamente all’inquinamento il calo delle nascite. L’ambiente può rappresentare un fattore di rischio per la salute riproduttiva, ma la denatalità è un fenomeno complesso, determinato anche da trasformazioni economiche, culturali e demografiche.
India e Africa, la transizione è già cominciata
L’immagine di un Sud del mondo ancora caratterizzato ovunque da famiglie numerose è ormai superata. L’India, per esempio, ha raggiunto una fecondità media di due figli per donna nell’indagine nazionale NFHS-5, condotta tra il 2019 e il 2021. Il valore è inferiore alla soglia convenzionale di sostituzione generazionale, pari a circa 2,1 figli per donna. Il dato nazionale nasconde però differenze territoriali importanti. In alcuni Stati la fecondità rimane elevata, mentre in altri è già scesa a livelli inferiori a quelli necessari per il ricambio generazionale. Anche l’istruzione, il luogo di residenza e le condizioni economiche sono associati a comportamenti riproduttivi differenti.
Nell’Africa subsahariana il numero medio di figli per donna rimane più alto, ma anche qui la fecondità sta diminuendo in numerosi Paesi. Secondo le Nazioni Unite, la transizione verso famiglie meno numerose interessa ormai gran parte del mondo, sebbene con ritmi diversi. In alcune aree africane persistono valori superiori a quattro figli per donna, mentre nelle città e tra le generazioni più giovani le scelte possono essere differenti.
La differenza con l’Italia, dunque, non consiste nel fatto che il Sud del mondo sia immune dalla denatalità. Il cambiamento è già in corso, ma parte da livelli più elevati e procede con tempi diversi. Inoltre, una popolazione giovane può continuare a registrare molte nascite anche quando il numero medio di figli per donna diminuisce: sono numerose, infatti, le persone che entrano nell’età riproduttiva. La crescita demografica non dipende soltanto da quante gravidanze abbia in media ciascuna donna, ma anche dalla struttura per età della popolazione.
Quando avere figli è anche un obbligo sociale
Accanto a questi fattori demografici, esiste una dimensione culturale che aiuta a comprendere perché il desiderio di genitorialità e i comportamenti riproduttivi possano essere diversi da una società all’altra. In molte comunità, soprattutto dove le reti pubbliche di assistenza sono fragili, i figli rappresentano non soltanto una scelta affettiva, ma anche una forma di sicurezza per il futuro e un elemento centrale della vita familiare. La maternità può essere considerata una tappa indispensabile per ottenere riconoscimento sociale; non avere figli può invece esporre una donna a giudizi, isolamento o conflitti con il partner e con i familiari.
L’antropologia medica ha studiato a lungo queste dinamiche. Le ricerche di Marcia C. Inhorn sulle esperienze dell’infertilità nel mondo arabo-musulmano e quelle condotte da studiosi come Trudie Gerrits e Viola Hörbst in contesti africani mostrano come l’impossibilità di concepire possa assumere un significato che va oltre la diagnosi clinica. La difficoltà riproduttiva può compromettere il ruolo riconosciuto alla persona nella comunità, soprattutto quando la genitorialità è considerata una componente essenziale dell’identità adulta.
In questi contesti, la pressione a diventare genitori può contribuire a mantenere elevato il numero di figli desiderato o a rendere più difficile rinunciare alla maternità. Ma sarebbe sbagliato interpretare le famiglie numerose come una semplice conseguenza della tradizione: contano anche l’accesso alla contraccezione, l’età al matrimonio, le opportunità di istruzione, l’autonomia economica delle donne e la possibilità concreta di scegliere quando avere figli.
Il confronto con l’Occidente evidenzia quindi condizioni differenti. In Italia, molte coppie rimandano o rinunciano alla genitorialità perché non riescono a conciliarla con il lavoro, il costo della vita e le responsabilità familiari. In altre società, invece, il desiderio di avere figli può essere rafforzato da aspettative familiari e comunitarie. In entrambi i casi, le scelte riproduttive non dipendono soltanto dalla biologia: sono influenzate anche dalle opportunità e dai vincoli che caratterizzano la vita quotidiana.
L’inquinamento è un rischio, non una spiegazione unica
In questo scenario si inserisce la questione ambientale. Le microplastiche sono state rilevate in tessuti umani, compresi quelli coinvolti nella riproduzione, e studi sperimentali hanno evidenziato possibili effetti negativi su diversi meccanismi biologici. Una revisione sistematica pubblicata nel 2024 sulla rivista scientifica BJOG, tuttavia, ha sottolineato la scarsità degli studi sull’uomo e la necessità di ricerche più solide per stabilire se e quanto l’esposizione alle microplastiche influisca sugli esiti riproduttivi.
È quindi plausibile che l’inquinamento contribuisca ai rischi per la salute riproduttiva anche nei Paesi del Sud globale, dove alcune popolazioni sono esposte a contaminanti industriali, agricoli e ambientali. Ma non disponiamo di dati sufficienti per affermare che l’infertilità provocata dall’inquinamento stia crescendo ovunque allo stesso ritmo o che abbia già un peso misurabile nel calo delle nascite di India e Africa. Per dimostrarlo servirebbero studi comparabili tra Paesi, capaci di distinguere gli effetti degli inquinanti da quelli delle altre cause di infertilità.
La questione è particolarmente importante perché, quando avere figli è un’aspettativa sociale forte, non riuscire a concepire può comportare conseguenze che vanno oltre la sofferenza personale. In alcune comunità, la donna viene ritenuta responsabile anche quando l’infertilità dipende dall’uomo o da fattori che riguardano entrambi i partner. Il peso della diagnosi, della ricerca di una cura e del giudizio familiare può così ricadere soprattutto sul corpo femminile.
L’accesso alle cure costituisce un’ulteriore disuguaglianza. L’OMS segnala che i trattamenti per l’infertilità possono comportare costi proibitivi, soprattutto nei Paesi a basso e medio reddito, dove la copertura sanitaria è spesso insufficiente. Non tutte le coppie possono quindi ottenere una diagnosi o ricorrere alla procreazione medicalmente assistita.
Il confronto tra Occidente e Sud del mondo non racconta, in definitiva, la contrapposizione tra popolazioni fertili e popolazioni sterili. Mostra piuttosto che il numero delle nascite dipende da una combinazione di salute, struttura demografica, condizioni economiche e aspettative culturali. L’inquinamento può rappresentare una minaccia comune, ma le società reagiscono e si trasformano in modi differenti. Comprendere questa complessità significa riconoscere che la salute riproduttiva non è soltanto una questione biologica: è anche una questione di libertà, opportunità e accesso alle cure.
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