ROMA (ITALPRESS) – Associare più interventi di chirurgia estetica nella stessa seduta non significa automaticamente esporsi a un rischio eccessivo, ma richiede una valutazione più attenta del paziente, della durata dell’operazione e del percorso post-operatorio. A sottolinearlo è il dottor Skerdi Faria, specialista in Anestesia e Rianimazione, dottore di ricerca in Infezioni Ospedaliere e fondatore di KEIT Day Hospital.
“Cambia soprattutto il carico fisiologico complessivo che chiediamo al paziente di affrontare. Tre procedure non devono essere considerate semplicemente come tre interventi messi uno accanto all’altro. Dal punto di vista anestesiologico diventano un unico evento più complesso, che può significare maggiore durata operatoria, trauma tissutale più esteso, variazioni più importanti dei fluidi, maggiori perdite ematiche, risposta infiammatoria, dolore e una mobilizzazione post-operatoria potenzialmente più difficile. Questo non significa che associare più procedure sia di per sè scorretto o pericoloso. La chirurgia combinata viene eseguita regolarmente e può avere un buon profilo di sicurezza nei pazienti correttamente selezionati. La domanda che dobbiamo porci non è semplicemente: “Possiamo eseguire questi interventi insieme?”. E’: “E’ appropriato farlo in questa specifica paziente, con questo profilo clinico e con questo tempo operatorio previsto?”.
Un elemento centrale è proprio la durata dell’intervento. “Molto. La durata non è soltanto un problema organizzativo: è un parametro clinico. Uno studio su oltre 1.700 procedure di chirurgia plastica ha osservato che ogni ora aggiuntiva di intervento era associata a circa un 21% di incremento delle odds di morbilità. Questo – afferma – non significa che dopo un determinato numero di ore un intervento diventi improvvisamente pericoloso. Significa che più il tempo operatorio aumenta, più dobbiamo considerare esposizione anestesiologica, gestione dei fluidi, temperatura, perdite ematiche, immobilità, rischio trombotico e recupero. Per questo l’anestesista deve partecipare alla programmazione dell’intervento, non entrare nella decisione soltanto quando il paziente è già in sala”.
Tra gli aspetti da valutare c’è il rischio tromboembolico. Per Skerdi Faria la prevenzione comincia prima ancora dell’intervento: “Il primo strumento non è un farmaco o una macchina: è la stratificazione del rischio. Dobbiamo valutare età, BMI, precedenti trombotici, familiarità, fumo, terapie ormonali, comorbidità, durata e tipo di intervento e capacità di mobilizzazione. Possiamo utilizzare strumenti di valutazione riconosciuti, integrandoli sempre con il giudizio clinico”.
Alle misure di prevenzione si aggiungono, a seconda delle caratteristiche del paziente, calze elastiche a compressione graduata, compressione pneumatica intermittente, mobilizzazione precoce e, quando indicata, profilassi farmacologica anticoagulante. Non esiste però un protocollo identico per tutti: il bilanciamento tra rischio trombotico e rischio emorragico deve essere individualizzato.
Altro capitolo fondamentale è quello delle infezioni. “Le linee guida internazionali parlano di un insieme di misure. Preparazione corretta del paziente e della cute, antisepsi chirurgica, sterilità dell’ambiente e degli strumenti, corretta igiene delle mani, profilassi antibiotica quando indicata e somministrata con il timing appropriato, mantenimento della normotermia e controllo delle condizioni metaboliche del paziente. A questo – sottolinea Skerdi Faria – aggiungerei la sorveglianza post-operatoria. Febbre, brividi, tachicardia persistente, ipotensione, dolore che aumenta invece di migliorare, arrossamento progressivo, secrezione anomala o un peggioramento generale devono essere valutati. La sepsi si combatte anche attraverso il riconoscimento precoce”.
La sicurezza, infatti, non termina con l’uscita dalla struttura. “Una dimissione significa che in quel momento determinati criteri clinici sono stati soddisfatti. Non significa che il rischio chirurgico sia scomparso. La domanda corretta è: quali criteri sono stati utilizzati per la dimissione e quale sistema di assistenza è stato previsto dopo. La sicurezza continua a casa. Il paziente deve sapere quali sintomi aspettarsi, quali invece sono anomali, chi contattare e dove recarsi in caso di peggioramento”.
Tra i segnali che richiedono particolare attenzione, Skerdi Faria indica: “Dispnea improvvisa, dolore toracico, perdita di coscienza, tachicardia persistente, sanguinamento importante, febbre elevata o brividi, confusione, alterazioni neurologiche, dolore addominale molto intenso o sproporzionato, rapido aumento del gonfiore o un deterioramento improvviso delle condizioni generali. Non significa che ognuno di questi sintomi corrisponda necessariamente a una complicanza grave. Significa che non è il momento di aspettare e vedere se passa”.
La pianificazione resta quindi il punto di partenza. “Il nostro approccio parte dalla selezione del paziente e dalla pianificazione. Prima di decidere se associare più procedure valutiamo anamnesi, BMI, esami, fattori cardiovascolari e respiratori, rischio tromboembolico, terapie, durata prevista dell’intervento, entità della liposuzione e recupero post-operatorio atteso. Se riteniamo che associare tutto aumenti il rischio oltre ciò che consideriamo appropriato, il programma viene modificato o suddiviso”.
Per Skerdi Faria il punto è costruire un sistema capace non solo di prevenire, ma anche di riconoscere rapidamente un problema: “Per me quello rappresenta il vero concetto di sicurezza: essere preparati anche davanti all’evento raro. Una complicanza identificata precocemente può avere un’evoluzione completamente diversa dalla stessa complicanza riconosciuta troppo tardi”.
Un tema che assume particolare rilievo nell’epoca dei social, dove la chirurgia estetica rischia di essere rappresentata soprattutto attraverso il risultato finale. “Confondere la normalizzazione con la banalizzazione. E’ positivo che un paziente possa informarsi e vedere risultati. Ma sui social vediamo soprattutto il “prima e dopo”. Vediamo molto meno la valutazione anestesiologica, la durata dell’intervento, i dispositivi di prevenzione, il controllo dell’emostasi, la sterilità, il recupero e il follow-up. L’organismo non sa che l’intervento è estetico. Per il corpo resta chirurgia. Ed è questa consapevolezza che deve guidare sia la comunicazione del medico sia la decisione del paziente”, conclude il fondatore di KEIT Day Hospital.
– foto KEIT Day Hospital –
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