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Quando una critica pesa più di un complimento, il bias della negatività

venerdì, 4 Settembre 2026
2 minuti di lettura

Capita molto spesso che quando parliamo con una persona, che sia in contesti lavorativi o personali, se ci viene detto “Hai fatto un ottimo lavoro, però, quella cosa potevi farla meglio” o ancora “Sei vestita bene, ma i capelli potevi acconciarli meglio” il nostro cervello si concentrerà sulla critica piuttosto che sul complimento. E non importa che magari nel corso della giornata abbiamo ricevuto altri riconoscimenti o messaggi positivi, quando finalmente ci si sdraia a letto per chiudere i battenti e attendere la mattina per un nuovo giorno, la mente ripercorrerà tutto quello che è accaduto nel corso della giornata e sembrerà avere una memoria speciale per quell’unica osservazione negativa.

In psicologia questo fenomeno viene chiamato “bias della negatività”, conosciuto anche come distorsione della negatività. Formalizzato dagli psicologi Paul Rozin ed Edward Royzman nel 2001, questo concetto spiega perché, in determinate circostanze, si dà maggior peso alle informazioni negative piuttosto che a quelle positive. Infatti, una critica è capace di attirare più rapidamente la nostra attenzione e provocare una risposta emotiva più intensa rispetto a un complimento. Questo anche perché le informazioni negative provocano l’attivazione di stimoli chiamati potenziali correlati all’evento (ERP).

Un meccanismo nato per proteggerci

Le origini di questi meccanismi sono da ricercare nel processo evolutivo dell’essere umano. La sopravvivenza era, ed è tutt’ora, la priorità più importante del cervello. Prestare attenzione a ciò che può rappresentare una minaccia era fondamentale, poiché un pericolo non individuato o individuato troppo tardi poteva avere conseguenze gravissime.

E anche se, grazie al progresso, la vita da un punto di vista fisico è diventata più tranquilla, il cervello continua a trattare gli stimoli emotivamente rilevanti come informazioni che devono essere ascoltate. Di conseguenza gli stimoli negativi possono avere un peso maggiore rispetto a quelli positivi. Questo significa che il cervello valuta e ordina le informazioni che riceve secondo criteri diversi e che non sempre coincidono con il nostro benessere effettivo.  

Un complimento può dirci che qualcosa funziona, ma sarà la critica a segnalare che c’è qualcosa a cui bisogna prestare più attenzione, modificare o proteggere.

Quando la critica finisce per definirci

Il problema sorge quando una singola valutazione, circoscritta a un aspetto del nostro comportamento, inizia a espandersi fino a definire la percezione che abbiamo di noi stessi. Ed è proprio qui che il bias della negatività potrebbe intrecciarsi con l’autostima. L’autostima, come ben sappiamo, riguarda anche il modo in cui costruiamo e aggiorniamo l’immagine che abbiamo di noi stessi e le opinioni degli altri contribuiscono inevitabilmente a questo processo. Non lo fanno in modo neutrale, infatti, ciò che ci viene comunicato da una persona esterna viene poi filtrato attraverso le convinzioni che noi abbiamo di noi stessi.

Se una persona ritiene di non essere abbastanza capace o di non rispettare determinati standard vivrà una critica come una conferma, mentre un complimento può diventare un’eccezione. Così facendo si finisce in un circolo vizioso in cui la critica viene considerata una prova e il complimento un elemento poco attendibile.

Per vivere meglio, allora, non dobbiamo convincerci che vada tutto bene per forza, poiché così facendo si rischia di non ascoltare davvero ciò che proviamo e quello che ci fa stare bene davvero. Anche perché se una critica è costruttiva e non è soltanto un modo per diffondere cattiveria gratuita, può risultare preziosa, indica cosa bisogna imparare, cosa possiamo migliorare di noi stessi e di quello che facciamo. Il punto centrale è non confondere un’informazione sul nostro comportamento con una definizione totale della nostra persona. Perché una critica può indicarci dove porre l’attenzione, ma non definisce chi siamo davvero.

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