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salute pubblica

La legge sul fine vita: le derive possibili

domenica, 6 Settembre 2026
2 minuti di lettura

La legge veneta sul suicidio medicalmente assistito appena approvata, apre una fase molto più delicata di quella appena chiusa: come applicare, controllare, contenere una norma che tocca la vita e la morte delle persone più fragili. Il primo problema è la disuguaglianza territoriale.

Una materia così sensibile, in virtù degli effetti delle autonomie regionali, lasciata all’iniziativa delle singole Regioni in assenza di una legge quadro nazionale, produce inevitabilmente un’Italia a velocità diverse: chi vive in Veneto, Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna trova una procedura legiferata, chi vive altrove si trova davanti a un vuoto normativo.

È la stessa logica, per analogia inquietante, dell’autonomia differenziata in sanità: diritti che dovrebbero essere uguali per tutti i cittadini finiscono per dipendere dal codice regionale di residenza. Il secondo rischio riguarda l’estensione dei criteri.

La Corte costituzionale, con le sentenze che hanno reso impunibile l’aiuto al suicidio, ha però fissato paletti precisi: patologia irreversibile, sofferenza fisica o psicologica intollerabile, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, capacità di autodeterminarsi. Sono condizioni pensate per casi estremi e circoscritti.

Ma l’esperienza di altri Paesi che hanno percorso questa strada per primi, dai Paesi Bassi al Canada, insegna che i confini tendono a spostarsi nel tempo: cresce il numero delle patologie ammesse, si allentano i tempi di valutazione, si affievolisce la distinzione tra sofferenza fisica e sofferenza esistenziale.

Non è un destino automatico, ma è una traiettoria storica che l’Italia farebbe bene a conoscere prima di ripeterla senza accorgersene. Il terzo nodo, il più concreto per chi lavora ogni giorno accanto ai pazienti terminali, è la pressione indiretta generata dalla carenza cronica di cure palliative.

In un paese dove la rete hospice copre in modo disomogeneo il territorio nazionale e dover le liste d’attesa per l’assistenza domiciliare specialistica restano lunghe, come Medico vedo il rischio che qualcuno scelga la morte assistita non per convinzione autentica, quanto per assenza di alternative dignitose.

Una legge sul fine vita che non sia accompagnata da un investimento serio e verificabile sulle cure palliative rischia di trasformare un diritto in una scorciatoia sistemica, offerta a chi non ha ricevuto le cure che avrebbe dovuto ricevere prima. C’è poi un quarto nodo altrettanto rilevante: quello dei controlli.

Chi verifica che il consenso del paziente sia realmente libero, non condizionato dalla stanchezza dei familiari, dal senso di essere un peso, dalla depressione reattiva che spesso accompagna le diagnosi infauste? I comitati etici regionali, per quanto composti da professionisti competenti, non possono sostituire un accompagnamento psicologico continuativo, che nella pratica clinica è spesso il primo servizio a mancare per carenza di risorse.

Nessuna di queste osservazioni è un argomento contro il principio della propria decisione al suo fine vita che la Consulta ha correttamente ricondotto alla dignità della persona. Sono, piuttosto, gli argomenti a favore di una legge quadro nazionale che uniformi criteri e procedure, di un piano straordinario per le cure palliative che renda la morte assistita davvero un’ultima scelta e non la prima disponibile e di un sistema di monitoraggio indipendente che segua nel tempo l’applicazione della norma, come già avviene nei paesi che l’hanno preceduta.

Il campo largo delle possibili derive non è un motivo per fermarsi nel trovare soluzioni adeguate alla dignità umana sotto vigile controllo legislativo, ma la misura esatta della responsabilità che bisogna assumersi di fronte al tema vitale delle Vita umane, ossia che ad oggi, le Regioni Veneto, Toscana, Sardegna ed Emilia Romagna dovranno assumersi sulla gestione responsabile di queste leggi che hanno voluto perché una porta una volta aperta, difficilmente si richiude.

Antonio Cisternino

Antonio Cisternino

Medico-Chirurgo
Responsabile nazionale Sanità UDC

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