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Ritratto di Fabio Zuffanti per concessione di Karin Maltempo

“Alla riscossa stupidi”, Fabio Zuffanti racconta il bullismo e l’infanzia nella Genova industriale

mercoledì, 26 Agosto 2026
3 minuti di lettura

“Alla riscossa stupidi” di Fabio Zuffanti, romanzo per i tipi di Mursia,  ha una narrazione che si concentra sulla vita di un giovane protagonista di nome Fabbio nella Genova degli anni Settanta ed Ottanta, tra quartieri industriali segnati dal fumo delle acciaierie e tensioni sociali. Attraverso una serie di flashback, il racconto esplora temi profondi come il bullismo subito a scuola, il rapporto complesso con una madre ansiosa e la passione per i cartoni animati giapponesi dell’epoca. Le pagine descrivono una transizione dolorosa dall’infanzia all’adolescenza, dove la realtà cruda della violenza giovanile e del terrorismo politico si intreccia con i sogni e le fragilità del protagonista. In definitiva, l’opera offre uno spaccato malinconico e vivido di una crescita difficile in un contesto urbano opprimente, cercando una via di fuga attraverso l’immaginazione.

Quale ritratto emerge nel suo libro della Genova industriale degli anni ’70 e ’80?

Nel libro ci si sofferma in particolare su Cornigliano, il quartiere di Genova in cui è ambientata la storia. Cornigliano era il cuore industriale della città, con la presenza dell’Italsider, lo stabilimento siderurgico che per decenni ha portato tanto lavoro. La sua presenza ha attirato molti immigrati dal Sud, tra cui i miei genitori, ma insieme al lavoro sono arrivati anche tanto inquinamento, malessere, malattie. Noi bambini dell’epoca vivevamo in questa cornice. Ci svegliavamo al mattino con lo smog, i gasometri, il frastuono degli altiforni, il traffico incessante. Non era certo una situazione idilliaca, ma eravamo nati lì e, in qualche modo, cercavamo di convivere con tutto questo. Costruivamo le nostre storie all’interno di quel panorama industrializzato, tra le ciminiere e le ferrovie che portavano allo stabilimento. Tutto diventava per noi un’occasione di gioco. Come scrivo nel libro: sapevamo di vivere nel posto più brutto del mondo, ma eravamo bambini e la nostra fantasia ci permetteva di trovarvi comunque della bellezza.

Qual è il rapporto tra Fabbio e il compagno Vincenzo?

Fino all’età di dieci anni, Fabbio è un bambino vivace, allegro, pieno di energia. Con l’inizio delle scuole medie, però, si trova a fare i conti con Vincenzo, un coetaneo che lo bullizza per tre anni. Fabbio si trova quindi ad affrontare la fine della sua fanciullezza e la brutalità del diventare adulti, diventando sempre più introverso e impaurito. Dal canto suo Vincenzo è un bambino solo, senza padre e con una madre sempre al lavoro. Sfoga quindi il suo malessere su Fabbio che per sopportare tutto questo si rifugia nella musica, nei cartoni animati e nella fantasia, cercando di sganciarsi da una realtà che lo fa soffrire. Nel libro si scoprirà come riuscirà, poco alla volta, ad affrontare e superare questa esperienza.

Esploriamo anche il rapporto tra Fabbio e sua madre. Come potremmo sintetizzarlo?

La madre di Fabbio lo ha accudito, curato, viziato. Purtroppo, proprio nello stesso momento in cui Fabbio comincia a essere bullizzato da Vincenzo, la mamma inizia a soffrire dei primi sintomi di un esaurimento nervoso, che le provoca forti crisi alle quali lei non sa come reagire. Si spaventa molto, arriva a pensare di morire. E questa paura, inevitabilmente, si trasferisce sul ragazzino. Quando le angherie di Vincenzo diventano sempre più insopportabili, Fabbio non sa se e come parlarne con la madre. Vorrebbe aprirsi, vorrebbe che lo difendesse, ma allo stesso tempo si rende conto che lei sta male, che ha seri problemi da affrontare. E così sceglie di tacere. Spesso e volentieri non le dice niente per non farla preoccupare. Questo silenzio diventa un altro dei motivi che lo porteranno, poco alla volta, a isolarsi da tutti, convincendosi che il mondo non possa fare nulla per aiutarlo e finendo sempre più nelle grinfie di Vincenzo.

Perché il ponte Morandi inquietava così tanto Fabbio?

Uno dei luoghi in cui Fabbio amava giocare era il greto del fiume Polcevera, proprio dove questo sfociava in mare. Sopra la sua testa, il ponte Morandi, che attraversava il fiume e che all’epoca gli abitanti di Cornigliano chiamavano “ponte di Brooklyn”, perché era enorme e ricordava il celebre ponte americano. Fabbio e i suoi amici giocavano lì sotto e guardavano dal basso verso l’alto quella gigantesca struttura, che sembrava essere perennemente interessata da lavori e manutenzioni. Pensavano a quanto sarebbe stato terribile cadere da lassù. Era la fine degli anni Settanta e nessuno avrebbe mai potuto immaginare quello che sarebbe accaduto nel 2018.

Il suo libro a quale lettore secondo lei è destinato?

Il libro è ambientato negli anni tra il 1978 e il 1982, con descrizioni molto accurate di quella che era la vita quotidiana dell’epoca: i programmi televisivi, i prodotti che si trovavano nei negozi, i cartoni animati, la musica. Ma anche delle tensioni nell’aria, degli scioperi, della paura del terrorismo, della droga. Il tutto visto con gli occhi di un ragazzino in un’età che va dai 10 ai 14 anni. Ho cercato di ricreare un periodo storico nella sua completezza, e credo che le persone che lo hanno vissuto potranno ritrovarsi pienamente in questa storia. In realtà, però, penso che anche i più giovani potrebbero essere interessati. Innanzitutto perché il romanzo affronta il tema del bullismo, un fenomeno che purtroppo non passa mai di moda, poi perché racconta un modo di vivere completamente diverso da quello attuale. Per certi versi “Alla riscossa stupidi” è la ricostruzione di un mondo che oggi non esiste più, e credo che proprio per questo possa interessare un pubblico curioso di quella che era la realtà prima che l’avvento di internet la modificasse nel profondo.

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