Gli Stati Uniti hanno deportato quasi 2.300 cittadini messicani in Guatemala dall’inizio dell’anno e almeno alcune decine in Honduras, secondo dati ufficiali diffusi questa settimana. Si tratta di un cambiamento significativo rispetto all’inizio del secondo mandato del presidente Donald Trump, quando tali trasferimenti erano rari. Tradizionalmente, i messicani espulsi dagli Stati Uniti venivano rimpatriati direttamente nel loro Paese via terra o aereo. Ora, invece, molti vengono inviati in America Centrale come parte di un nuovo schema di “transito” prima del ritorno in Messico. Il presidente guatemalteco Bernardo Arévalo ha confermato che, da gennaio, 2.284 messicani sono arrivati nel Paese su voli che trasportavano anche cittadini guatemaltechi rimpatriati. “Li accogliamo in transito, in coordinamento con le autorità messicane, per riportarli entro 24 ore nel loro territorio”, ha spiegato in conferenza stampa. Secondo Arévalo, i costi delle operazioni sono coperti dal governo messicano o, in alcuni casi, da fondi statunitensi.
Il National Migration Institute messicano ha confermato la pratica, precisando che i deportati vengono poi trasferiti in autobus verso il sud del Messico. “L’obiettivo è impedire che tornino a varcare il confine”, ha dichiarato l’istituto. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ha definito la misura parte della “più grande operazione di deportazione della storia”, attuata “con tutti i mezzi legali disponibili”. Secondo organizzazioni come Human Rights First e Refugees International, la strategia potrebbe mettere a rischio migranti vulnerabili o richiedenti asilo. Alcuni voli verso Honduras sarebbero stati operati da aerei militari statunitensi. Il nuovo modello di deportazione si inserisce negli accordi regionali che Washington ha ampliato con Messico, Guatemala, El Salvador, Honduras, Costa Rica e Panama, per gestire congiuntamente i flussi migratori e contrastare i gruppi criminali.


