Cinquant’anni dopo il primo storico atterraggio su Marte, la NASA guarda verso l’alto: non più solo alla superficie del Pianeta Rosso, ma ai suoi cieli sottili, inaugurando una nuova fase dell’esplorazione marziana. Il 20 luglio 1976, il lander Viking 1 toccò il suolo di Chryse Planitia, segnando la prima missione di successo della NASA sulla superficie marziana.
Insieme al gemello Viking 2, arrivato pochi mesi dopo, aprì una stagione scientifica che avrebbe cambiato per sempre la ricerca di vita extraterrestre. I lander condussero tre esperimenti biologici: due diedero esito negativo, mentre il terzo, il Labeled Release, rilevò un flusso di anidride carbonica dopo l’introduzione di nutrienti nel terreno, possibile segnale di metabolismo microbico.
La comunità scientifica rimase divisa: alcuni interpretarono il risultato come una traccia di vita, altri lo attribuirono a reazioni chimiche non biologiche. L’ambiguità dei dati, unita ai costi elevati, contribuì a una pausa di vent’anni nelle missioni di superficie.
La ripresa arrivò nel 1997 con Pathfinder e il rover Sojourner, che trovarono ciottoli arrotondati, prova di antiche acque correnti. I rover Spirit e Opportunity (2004), Curiosity (2012) e Perseverance (2021) hanno scoperto ambienti abitabili e molecole organiche complesse, mentre Perseverance ha iniziato a raccogliere campioni destinati — si spera — a un futuro ritorno sulla Terra. Ma la vera rivoluzione è arrivata con Ingenuity, il piccolo elicottero di 1,8 kg che ha dimostrato la possibilità del volo su un pianeta con un’atmosfera pari all’1% di quella terrestre.
Progettato per cinque voli, ne ha compiuti 72 tra il 2021 e il 2024. Il successo ha spinto la NASA a progettare missioni aeree dedicate. Nel 2028 dovrebbe partire Skyfall, che invierà tre elicotteri simili a Ingenuity a bordo di un razzo a propulsione nucleare.





