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La Nato blinda la difesa collettiva. Meloni: “Investire senza dipendere”

Il vertice di Ankara rilancia l’articolo 5 e fissa il no all’atomica iraniana. Trump passa dalle accuse agli elogi, mentre Palazzo Chigi chiede che le risorse restino nelle filiere nazionali
giovedì, 9 Luglio 2026
3 minuti di lettura

La Nato ha chiuso ieri il vertice di Ankara con una formula di unità e con un’agenda più concreta sul riarmo. Nella dichiarazione approvata dai Capi di Stato e di Governo l’Alleanza ha confermato “l’impegno incrollabile alla difesa collettiva” previsto dall’articolo 5 del Trattato di Washington ed è tornata al principio fondativo: “Un attacco contro uno è un attacco contro tutti”. Ma il testo guarda oltre la cornice politica. La linea uscita dal summit è quella di trasformare gli impegni assunti all’Aia in capacità militari, industriali e tecnologiche da sviluppare in tempi brevi. Il messaggio era stato anticipato dal Segretario generale Mark Rutte già nella mattinata di ieri: “L’anno scorso abbiamo pianificato. Quest’anno dobbiamo realizzare”. Per la Nato, dunque, la fase delle decisioni lascia il posto a quella dell’attuazione.

Il Segretario generale della Nato, Mark Rutte
Il Segretario generale della Nato, Mark Rutte

Il dossier non riguarda più soltanto le percentuali di spesa, ma la capacità dell’industria occidentale di produrre armi, munizioni, sistemi di difesa, piattaforme operative e tecnologie avanzate. Rutte ha ricordato l’aumento degli investimenti degli alleati europei e del Canada e ha collegato il rafforzamento della base produttiva alla deterrenza: l’obiettivo, ha spiegato, è prevenire la guerra con una capacità tale da scoraggiare qualsiasi aggressione.

Il documento conclusivo fissa anche il quadro delle intimidazioni. La Russia viene definita una minaccia di lungo periodo per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica, mentre il terrorismo resta tra i rischi permanenti. Nel testo trova spazio anche la linea sull’Iran: nessuna apertura alla possibilità che Teheran possa dotarsi dell’arma nucleare. L’Alleanza conferma inoltre l’approccio a 360 gradi alla difesa, con attenzione ai domini convenzionale, cyber, spaziale e alle applicazioni dell’intelligenza artificiale. Ankara ha segnato così il passaggio da una Nato centrata sugli obiettivi politici a una Nato che misura la propria credibilità sulla capacità di produrre e schierare mezzi reali.

La pressione di Trump

A pesare sul vertice, però, è stata ancora una volta la pressione di Donald Trump sugli alleati. Prima della conclusione del summit il Presidente americano ha espresso irritazione verso la Nato: “Sono molto deluso”, le sue prime parole, per poi accusare gli europei di non sostenere abbastanza gli Stati Uniti: “Noi li proteggiamo, ma loro non ci sono per noi”. Nel mirino sono finite la Spagna, definita “un caso senza speranza”, e l’Italia, giudicata “molto male” sull’utilizzo delle basi militari statunitensi nel territorio nazionale durante le operazioni contro l’Iran. Il tono, a fine vertice, è cambiato. In conferenza stampa Trump ha parlato di “grande amore” nella sala e ha descritto i leader come “persone molto intelligenti” e “brave persone”, capaci, a suo giudizio, di lavorare per il bene dei rispettivi Paesi.

Parola a Meloni

Giorgia Meloni ha scelto una linea di difesa dell’interesse nazionale dentro il quadro atlantico: “Ad Ankara l’Italia siede al tavolo a testa alta e con una sola bussola: la difesa dell’interesse nazionale”, ha detto al termine del summit. Il Presidente del Consiglio ha rivendicato il ruolo italiano nell’Alleanza, non solo sul piano dei bilanci, ma anche su quello operativo: quasi tremila militari impegnati nei principali teatri Nato e il maggior contributo assoluto di donne e uomini nelle missioni dell’Alleanza: “Vogliamo rispettare gli impegni, lo faremo e il percorso è già avviato, però lo vogliamo fare in modo sostenibile, con tempi, modi e priorità decisi da noi”.

Il Premier ha indicato nel 2,8 per cento del Pil la quota italiana destinata a difesa e sicurezza, con un incremento dello 0,71 per cento rispetto all’anno precedente, e ha annunciato nuovi sforzi per migliorare nel prossimo anno. Ma il punto, per Meloni, non è soltanto la quantità delle risorse: “Se investiamo nella difesa, quei soldi devono restare in Italia”, è la sintesi della posizione portata al tavolo. Il tema è il controllo delle filiere, dalle materie prime critiche alle tecnologie: “Se aumentiamo le risorse senza porci il problema di come garantire il controllo delle filiere fondamentali della difesa rischiamo di pagare per finanziare la nostra dipendenza”. Per il Primo Ministro l’autonomia europea non nasce in contrasto con Washington, ma come condizione di sovranità: «È tempo che l’Europa garantisca la propria sicurezza da sola, non per fare un favore a qualcuno, ma per non dipendere da nessuno».

Sull’uso delle basi americane in Italia Meloni ha respinto ogni ambiguità. Roma, ha spiegato, ha rispettato i propri impegni, ma non partecipa agli attacchi contro l’Iran e non intende parteciparvi. Quanto al meme pubblicato da Trump su di lei, ha evitato nuove repliche. Il Premier ha poi confermato il sostegno italiano all’Ucraina, richiamato anche nel bilaterale con Volodymyr Zelensky, e ha incontrato Recep Tayyip Erdogan. Con il Presidente turco, secondo Palazzo Chigi, il colloquio ha riguardato relazioni bilaterali, industria della difesa, spazio, Ucraina, Medio Oriente, Iran e Libia, con un passaggio sulla cooperazione contro i flussi migratori irregolari e il traffico di esseri umani.

Capitolo ucraino

Il capitolo ucraino resta uno dei banchi di prova della nuova fase Nato. Zelensky, nel punto stampa con Trump, ha sostenuto che le condizioni di Vladimir Putin per una pace possano mutare perché Mosca “perde terreno” e perché la tecnologia ha modificato il peso del conflitto. Trump ha assicurato che su Putin esiste “molta pressione” per arrivare a un accordo e ha aperto alla discussione su una licenza per la produzione dei Patriot in Ucraina.

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