I funerali pubblici di Ali Khamenei si aprono oggi a Teheran, dopo l’arrivo della salma dell’ex Guida Suprema iraniana nel complesso religioso della Grande Mosalla.
Il feretro, avvolto nella bandiera iraniana, era già stato esposto all’omaggio delle delegazioni straniere e dei vertici della Repubblica islamica. Le cerimonie proseguiranno fino al 9 luglio tra Teheran, Qom, Najaf, Karbala e Mashhad, dove è prevista la sepoltura.
Secondo i media iraniani, sono attesi o già arrivati rappresentanti di una trentina di Paesi. Tra loro l’ex Presidente russo Dmitri Medvedev, indicato dalla tv iraniana come inviato di Vladimir Putin, il premier pakistano Shehbaz Sharif con il capo dell’esercito Asim Munir, il ministro degli Esteri talebano Amir Khan Muttaqi, il viceministro degli Esteri saudita Waleed El Khereiji e una delegazione cinese. Nessun leader europeo è stato invitato.
Alla cerimonia hanno partecipato anche delegazioni dell’“Asse della Resistenza”, tra cui Hezbollah e il movimento sciita libanese Amal. Il Presidente iraniano Massoud Pezeshkian e il Presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf hanno reso omaggio alla bara, sulla quale era posato un turbante nero.
Il regime cerca una prova di forza
Per Teheran, il tributo a Khamenei è anche una dimostrazione di unità dopo la guerra scatenata a fine febbraio dall’attacco israelo-americano contro la Repubblica islamica e dopo mesi di tensioni interne.
Il primo vicepresidente Mohammad Reza Aref, principale organizzatore delle esequie, ha definito la cerimonia “l’evento più importante di questo secolo” e la più grande mobilitazione dalla rivoluzione del 1979.
La sicurezza resta altissima. I Pasdaran hanno avvertito che “qualsiasi errore di valutazione” da parte degli avversari dell’Iran riceverà “una risposta decisiva e più schiacciante che mai”, confermando lo stato di massima allerta militare e operativa.
Il regime punta a evitare il caos che segnò altri funerali di massa, come quelli di Ruhollah Khomeini nel 1989 e di Qassem Soleimani nel 2020, entrambi conclusi con calche mortali.
Per questo nella piazza della Grande Mosalla sono stati installati oltre 6.000 irrigatori per rinfrescare la folla sotto il caldo di luglio.
Stop ai negoziati con Washington
I funerali hanno congelato anche il canale diplomatico con gli Stati Uniti. Secondo la Cnn, i colloqui indiretti tra Teheran e Washington sono stati sospesi fino alla fine delle cerimonie.
Il dossier resta però aperto, dopo il memorandum firmato il 17 giugno e il ruolo di mediazione svolto da Qatar e Pakistan. Intanto Donald Trump ha rivendicato la linea dura contro Teheran.
In un’intervista alla Cnbc, il Presidente statunitense ha detto di aver imposto “un muro d’acciaio” contro l’Iran: “Nessuna nave è riuscita a raggiungere l’Iran”. Ma ha escluso, almeno per ora, la chiusura dello Stretto di Hormuz, perché provocherebbe una crisi energetica globale. “Non voglio essere un Presidente ricordato per aver causato una grande depressione mondiale”, ha detto, evocando il rischio di petrolio a 350 dollari al barile.
Libano e Gaza
Il Libano resta il punto più fragile della crisi regionale. Più di 600mila sfollati sono tornati a casa dopo l’ultima tregua di fine giugno, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, ma circa 500mila persone restano lontane dalle proprie abitazioni. Le autorità libanesi stimano quasi 4.300 morti e oltre un milione di sfollati nei mesi di guerra tra Israele e Hezbollah.
Il Presidente libanese Joseph Aoun ha difeso l’accordo quadro raggiunto con Israele e Stati Uniti, precisando che “non legittima la continua occupazione israeliana del Libano”, ma serve a permettere all’esercito libanese di estendere la propria autorità su tutto il territorio.
Israele, però, continua a mantenere truppe nel sud del Libano e ha rivendicato nuovi raid contro circa dieci infrastrutture di Hezbollah e un camion usato per il trasferimento di armi. Un raid israeliano ha colpito anche l’ospedale Ghandour, a Nabatieh al-Fawqa, senza vittime.
La crisi pesa anche sulla scuola: secondo l’Unicef, almeno 100mila bambini rischiano di perdere il prossimo anno scolastico se non saranno riparate in tempo le 340 scuole danneggiate dal conflitto, 17 delle quali completamente distrutte.
Resta drammatica anche la situazione a Gaza. Save the Children denuncia che, dopo mille giorni di guerra, almeno 21mila bambini sono stati uccisi, quasi l’80% dei minori è sfollato e 245mila sono a rischio o già colpiti da malnutrizione. Secondo l’organizzazione, il bilancio reale potrebbe essere più alto, perché molte vittime restano sotto le macerie.





