Dall’inizio di Muharram, il mese più sacro per gli sciiti, l’Iran è tornato a vestirsi di nero. Vicoli, moschee e piazze di Teheran e delle principali città sono stati ricoperti da drappi funebri in vista di Tasua e Ashura, le commemorazioni dell’uccisione dell’Imam Hussein ibn Ali, nipote del Profeta e simbolo eterno della resistenza contro l’ingiustizia. Quest’anno, però, il lutto religioso si intreccia con un altro lutto: quello per la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, deceduto il 28 febbraio all’inizio della guerra contro Stati Uniti e Israele. Il regime ha trasformato la figura di Khamenei in un nuovo “seyyed ol‑shohada”, titolo tradizionalmente riservato all’Imam Hussein.
I funerali, previsti per la seconda settimana di luglio, dureranno sei giorni e culmineranno nella sepoltura nel santuario dell’Imam Reza a Mashhad. Per settimane, l’Iran rimarrà immerso in un’atmosfera di lutto permanente, amplificata da altoparlanti che diffondono elegie in persiano e arabo, processioni notturne e chioschi che distribuiscono tè e cibo. Le processioni con gli alam, gli stendardi cerimoniali di Karbala, attraversano i quartieri sotto la sorveglianza della polizia e delle forze paramilitari. Molte famiglie mantengono tradizioni intime, come preparare ash‑e reshteh per i vicini o commemorare i propri defunti.
Quest’anno, in diverse città, madri e parenti dei manifestanti uccisi nelle proteste di gennaio hanno partecipato alle cerimonie con le foto dei loro cari, sfidando il clima repressivo. Per le autorità, Muharram è anche un’occasione per rilanciare la narrativa anti‑occidentale mentre proseguono i negoziati con Washington dopo il memorandum d’intesa per fermare la guerra. I media statali intervistano sostenitori che dichiarano di “non fidarsi degli Stati Uniti”, mentre il nuovo presidente Masoud Pezeshkian, favorevole al dialogo, ha usato la vigilia dell’Ashura per invocare “unità nazionale” e avvertire che ogni divisione “avvantaggia il nemico”.





