Giovedì all’alba, una serie di esplosioni e colpi d’arma da fuoco ha scosso l’aeroporto e la base aerea militare di Niamey, capitale del Niger, causando la morte di 11 membri delle forze di sicurezza e due civili. Il governo, in un comunicato diffuso dalla televisione di stato, non ha indicato i responsabili, mentre testimoni riferivano che le prime detonazioni erano state udite intorno alle 6 del mattino, seguite da scontri intermittenti per quasi due ore. Le forze governative hanno respinto l’assalto, uccidendo 22 aggressori, arrestando una ventina di persone e sequestrando diverse armi. A mezzogiorno, la situazione appariva sotto controllo, anche se sporadici colpi d’arma da fuoco — probabilmente legati alle operazioni di rastrellamento — continuavano a riecheggiare nella zona.
L’agenzia per l’aviazione civile ha confermato la ripresa delle normali operazioni aeroportuali, segnale di un ritorno graduale alla calma. Il Niger, come i vicini Mali e Burkina Faso, è da anni al centro di una spirale di violenze jihadiste. Gruppi affiliati ad al‑Qaeda e allo Stato Islamico — organizzazioni responsabili di gravi violenze e violazioni dei diritti umani — hanno provocato migliaia di morti e milioni di sfollati nel Sahel, colpendo infrastrutture strategiche e basi militari. A gennaio, la filiale dell’ISIS nell’Africa occidentale aveva rivendicato un attacco contro lo stesso complesso aeroportuale, sostenendo di aver colpito droni e strutture di comando.
Secondo fonti della sicurezza, alcuni degli aggressori di giovedì sarebbero arrivati a bordo di due veicoli bianchi, mentre un altro gruppo si sarebbe nascosto in un edificio doganale vicino al perimetro. L’attacco arriva inoltre all’indomani di offensive coordinate contro le basi di Banibangou e Inates, nella regione occidentale di Tillaberi: dieci soldati uccisi nella prima, oltre quaranta feriti nella seconda, poi abbandonata dall’esercito.





