Diciassette mesi dopo l’affondamento della Ursa Major, il mistero che avvolge la nave russa continua ad addensarsi. L’imbarcazione, lunga 142 metri e gestita dalla statale Oboronlogistics, era ufficialmente diretta da San Pietroburgo a Vladivostok quando, il 23 dicembre 2024, è sprofondata a 2.500 metri di profondità al largo di Murcia dopo una serie di esplosioni nella sala macchine. Le autorità spagnole avevano risposto al mayday, ma le operazioni furono bruscamente interrotte dall’arrivo di una nave da guerra russa, che prese il controllo dell’area e ordinò ai mezzi di soccorso di allontanarsi. Da quel momento, la vicenda ha assunto contorni sempre più opachi.
Documenti governativi spagnoli rivelano che l’unità militare russa avrebbe lanciato razzi illuminanti verso la nave in difficoltà, un gesto che alcuni analisti interpretano come un tentativo di accecare i satelliti di sorveglianza. Subito dopo, sensori sismici hanno registrato quattro detonazioni compatibili con mine o cariche ad alta potenza. Alle 23:20, la Ursa Major era scomparsa sotto la superficie. Le dichiarazioni dell’equipaggio, salvato quasi interamente, hanno alimentato ulteriori sospetti. Il capitano ha ammesso che a bordo erano presenti “componenti di reattori nucleari simili a quelli dei sottomarini”, pur negando il trasporto di combustibile.
Le immagini satellitari mostrano due container blu di circa 65 tonnellate ciascuno, un carico difficilmente compatibile con la rotta terrestre tra le città servite dalla nave. Una fonte citata dalla CNN sostiene che la destinazione finale potesse essere il porto nordcoreano di Rason, dove i presunti reattori sarebbero stati consegnati. L’ipotesi più inquietante riguarda un foro di 50 centimetri nello scafo, con il metallo piegato verso l’interno: un segno che alcuni esperti attribuiscono a un siluro supercavitante, arma posseduta solo da poche potenze.





