La tensione tra la Federal Communications Commission e l’industria dell’intrattenimento è esplosa dopo che Brendan Carr, uno dei commissari più vicini alla linea conservatrice, ha attaccato pubblicamente la Disney, accusandola di “abuso di potere mediatico” e di “ostilità sistematica verso l’amministrazione Trump”. Le dichiarazioni, rilasciate in un’intervista televisiva, hanno immediatamente acceso il dibattito politico e mediatico, segnando un nuovo capitolo nella guerra di comunicazione che da mesi contrappone la Casa Bianca ai grandi conglomerati dell’informazione e dello spettacolo.
Carr ha denunciato quella che definisce una “censura ideologica” esercitata da piattaforme e network legati alla Disney, sostenendo che l’azienda avrebbe manipolato la copertura di notizie riguardanti il presidente e le sue politiche. L’attacco arriva in un momento in cui Trump intensifica la sua campagna contro i media “ostili”, incoraggiando i suoi alleati a smascherare presunti bias e a promuovere una riforma del settore. La Disney, dal canto suo, ha respinto le accuse, ribadendo la propria indipendenza editoriale e il rispetto delle regole di mercato.
Ma l’intervento di Carr, che ha chiesto un’indagine formale sulle pratiche di distribuzione dei contenuti, ha spinto la FCC in una posizione delicata, tra pressioni politiche e difesa della libertà di espressione. L’episodio conferma come la battaglia per il controllo della narrazione pubblica sia diventata uno dei fronti più sensibili della presidenza Trump. Con l’attacco di Carr, la guerra mediatica si sposta ora su un terreno istituzionale, dove la linea tra regolazione e propaganda rischia di diventare sempre più sottile.





