Parte dalla riorganizzazione e da nuove risorse il Piano nazionale per la salute mentale 2025-2030 promosso dal ministro Orazio Schillaci. Il programma prevede finanziamenti progressivi — 80 milioni nel 2026, 85 nel 2027, 90 nel 2028 e 30 milioni annui dal 2029 — con una quota stabile destinata al personale. Tra le priorità figurano diagnosi precoce, rafforzamento della neuropsichiatria infantile, sviluppo di équipe multidisciplinari sul territorio e una maggiore integrazione tra servizi sanitari, scuole e famiglie.
Crescono casi e assistenza
L’intervento arriva in un contesto di crescente pressione sul sistema. Nel 2024 sono state 845.516 le persone assistite dai servizi specialistici di salute mentale, con una prevalenza femminile significativa e una domanda che appare ormai strutturale.
Donne più colpite
Il dato più evidente riguarda la distribuzione per genere: le donne rappresentano il 55,9% degli assistiti. Il divario emerge soprattutto nei disturbi depressivi, con 46,5 casi ogni 10mila abitanti tra le donne contro 27 tra gli uomini. Una differenza che riflette dinamiche complesse, legate a fattori biologici, sociali e culturali.
Tra gli uomini risultano invece più frequenti disturbi schizofrenici, dipendenze e disabilità intellettive, mentre nelle donne prevalgono anche disturbi affettivi e d’ansia.
Più adulti che chiedono cure
La composizione per età segue l’invecchiamento della popolazione: il 66,3% degli assistiti ha più di 45 anni. Le fasce centrali (45-64 anni) concentrano circa il 45% dei pazienti, mentre giovani e over 75 risultano meno rappresentati. Tra questi ultimi, però, si osserva una maggiore presenza femminile (10% contro 6,4% degli uomini).
Assistenza in strutture o a domicilio
Nel corso del 2024, 272.497 persone hanno avuto un primo contatto con i servizi, nella maggior parte dei casi per la prima volta nella vita. Le prestazioni erogate superano i 10 milioni, con una media di 13,6 interventi per paziente.
L’assistenza si svolge prevalentemente nelle strutture, ma resta significativa anche l’attività sul territorio e a domicilio. Gli interventi sono garantiti soprattutto da infermieri (44,1%) e medici (28,9%), a conferma del ruolo centrale dell’assistenza territoriale.
Servizi in affanno
Il sistema complessivamente regge, ma evidenzia limiti strutturali. La domanda di salute mentale è ormai stabile e crescente, mentre la capacità di risposta resta disomogenea. Persistono forti differenze territoriali, non solo tra Nord e Sud ma anche tra aree della stessa regione, con conseguenze sull’accesso e sulla continuità delle cure. Ne derivano percorsi assistenziali frammentati e una qualità dei servizi non uniforme.
Un nodo critico riguarda l’intervento precoce, soprattutto tra i giovani: il disagio viene spesso intercettato tardi, quando la condizione è già complessa. Questo ritardo aumenta il rischio di cronicità e rende più difficile il recupero. La sfida resta quella di garantire continuità assistenziale e una reale integrazione tra ambito sanitario e sociale, superando la logica degli interventi episodici.





