A meno di ventiquattr’ore dall’avvio della tregua di dieci giorni tra Israele e Libano, il cessate il fuoco è già stato infranto. Nel sud del Libano un attacco contro una pattuglia dell’Unifil ha ucciso il sergente maggiore francese Florian Montorio e ferito altri tre militari francesi, due in modo grave.
Nello stesso tempo, nel Golfo, l’Iran ha nuovamente ristretto il transito nello Stretto di Hormuz, mentre due navi mercantili hanno segnalato colpi d’arma da fuoco durante il tentativo di attraversamento. Secondo l’Unifil, la pattuglia stava sminando una strada nel villaggio di Ghanduriyah per ristabilire il collegamento con alcune postazioni isolate della missione.
La forza Onu ha parlato di un attacco compiuto da “attori non statali”, ha aperto un’indagine e denunciato un’azione “deliberata” contro peacekeeper in servizio. La ministra della Difesa francese ha riferito di una “imboscata” a distanza ravvicinata e di un militare colpito da un “colpo diretto” di arma leggera. Emmanuel Macron ha definito l’episodio un “attacco inaccettabile” e ha aggiunto che “tutto lascia pensare” a una responsabilità di Hezbollah. Il movimento sciita ha respinto ogni accusa, parlando di imputazioni “arbitrarie” e invitando a non trarre conclusioni affrettate. Beirut ha cercato di contenere la crisi.
Il presidente Joseph Aoun, in un colloquio con Macron, ha promesso un’indagine immediata e assicurato che il Libano “non avrà alcuna clemenza” verso i responsabili. Anche l’esercito libanese ha confermato l’apertura di accertamenti. Israele ha fatto sapere di considerarsi autorizzato a reagire a ogni minaccia e, secondo fonti militari citate dalla Cnn, durante il cessate il fuoco resteranno interdetti ai civili libanesi decine di villaggi di confine, secondo il modello della “linea gialla” già usato a Gaza. Le stesse fonti hanno chiarito che la tregua non esclude nuove operazioni contro obiettivi ritenuti ostili o imminenti minacce alla sicurezza.
Hormuz sotto tensione
Sul versante iraniano il quadro si è nuovamente irrigidito. Dopo una breve riapertura, sabato Teheran ha rimesso Hormuz sotto stretto controllo militare, sostenendo che Washington non avrebbe rispettato i propri impegni. Le autorità iraniane hanno dichiarato che le navi dovranno pagare una tassa per sicurezza e protezione ambientale per attraversare lo stretto. Reuters riferisce che navi mercantili in transito hanno ricevuto via radio il messaggio secondo cui “nessuna nave di alcun tipo o nazionalità” era autorizzata a passare. Almeno due imbarcazioni hanno segnalato spari.
Una petroliera è stata avvicinata da due cannonieri dei Pasdaran a circa 20 miglia nautiche a nord est dell’Oman, mentre una portacontainer è stata colpita senza incendi né sversamenti. Restano bloccate nel Golfo centinaia di navi con circa 20 mila marittimi, mentre da Hormuz transita circa il 20% dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Le nuove restrizioni hanno riacceso i timori sui mercati energetici dopo il temporaneo sollievo seguito alla breve riapertura del passaggio. L’India, dopo l’attacco a due navi battenti bandiera indiana, ha convocato l’ambasciatore iraniano chiedendo il ripristino del passaggio sicuro.
Stallo sui negoziati nucleari
Teheran ha alzato il tono anche sul negoziato nucleare. Il viceministro degli Esteri Saeed Khatibzadeh ha dichiarato all’Associated Press che l’Iran non consegnerà il proprio uranio arricchito agli Stati Uniti e non accetterà “richieste massimaliste”. “Posso assicurarvi che nessun materiale arricchito verrà spedito negli Stati Uniti”, ha detto, definendo questa ipotesi “inaccettabile”.
Trump aveva sostenuto che Washington intende recuperare circa 440 chilogrammi di uranio arricchito che, secondo fonti americane, si troverebbero sotto siti nucleari iraniani colpiti lo scorso anno. In parallelo, una fonte iraniana citata da Reuters ha affermato che non è stata fissata alcuna data per un nuovo round con Washington, nonostante indiscrezioni su possibili colloqui lunedì a Islamabad. A complicare il quadro resta la linea americana sul blocco navale, che Donald Trump ha detto di voler mantenere “in pieno vigore” finché non sarà raggiunto un accordo completo.
La mossa russa
In questo stallo si è inserita Mosca. Il direttore generale di Rosatom, Alexey Likhachev, ha ribadito che la società nucleare pubblica russa è pronta ad assistere di nuovo nella rimozione dell’uranio arricchito iraniano, come già avvenuto nel 2015. Per Likhachev, oltre alla componente tecnica, il nodo resta “la questione della fiducia”, sulla quale la Russia ritiene di poter far valere il precedente della cooperazione con Teheran. Sullo sfondo, Washington ha intanto prorogato fino al 16 maggio una deroga che consente acquisti di petrolio russo trasportato via mare, scelta legata anche alla necessità di attutire gli shock energetici provocati dalla crisi di Hormuz.





