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Emanuele Orsini, Presidente Confindustria

Orsini: “Senza una tregua nel Golfo l’Europa finirà in recessione”

La riapertura dello Stretto di Hormuz riduce la tensione sui mercati energetici e fa scendere petrolio e gas, ma non basta a rassicurare il sistema produttivo. Il Fondo monetario internazionale teme l’aumento dell’inflazione
sabato, 18 Aprile 2026
2 minuti di lettura

La riapertura del canale di Stretto di Hormuz decisa ieri allenta di certo la pressione sui mercati energetici, ma non cancella il rischio di una frenata dell’economia europea. Il passaggio, chiuso nelle ultime settimane a causa della guerra in Medio Oriente, è tornato accessibile alle navi commerciali dopo l’annuncio di Teheran e il cessate il fuoco in Libano. Petrolio e gas hanno subito corretto al ribasso, ma imprese e istituzioni continuano a guardare con preoccupazione all’instabilità dell’area. A lanciare l’allarme è stato il Presidente di Confindustria Emanuele Orsini intervenuto a margine dell’evento ‘Genova e Liguria capitali dell’economia del mare 2026’.

“Speriamo che si arrivi presto a una negoziazione nel Golfo, perché se continuiamo con il conflitto e con questa instabilità entreremo in recessione”, ha detto il numero uno degli industriali.

I problemi

Secondo Orsini in pratica la riapertura di Hormuz potrebbe non basta a rassicurare il sistema produttivo. Le imprese continuano a fare i conti con ritardi nelle forniture, difficoltà nei trasporti e aumento dei costi: “Cominciamo ad avere problemi di reperire prodotti sugli scaffali in Sicilia, cominciamo ad avere problemi con i voli aerei. Quando accade questo, fare impresa diventa complicato”, ha spiegato.

Il Presidente di Confindustria ha criticato anche la risposta europea. A suo giudizio Bruxelles continua a ragionare sugli aiuti di Stato invece di affrontare il tema con strumenti comuni e con un ricorso al debito europeo: “Mi meraviglia che l’Europa non abbia pronte misure e che si stia parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito pubblico, in una fase in cui il cambio euro-dollaro vale 1,16”.

Scenario già visto

Le preoccupazioni degli industriali coincidono con quelle del Fondo monetario internazionale. In un’analisi pubblicata ieri sull’Imf Blog, il Direttore del dipartimento europeo del Fondo Alfred Kammer ha spiegato che l’Europa si trova davanti a uno scenario già visto nel 2022: rincaro dell’energia, inflazione in salita e crescita in frenata: “Prima della guerra avremmo rivisto al rialzo le nostre previsioni. Ora assistiamo a un rallentamento della crescita”, il ragionamento di Kammer. I primi dati hanno mostrato già un indebolimento degli investimenti privati e dei consumi.

Per il 2026 il Fondo ha stimato una crescita dell’1,1 per cento nell’area euro e dell’1,3 per cento nell’intera Unione Europea. Ma il quadro potrebbe peggiorare se la crisi in Medio Oriente dovesse prolungarsi.

Scenario severo

In uno scenario più severo, con uno shock energetico persistente e condizioni finanziarie più rigide, l’Unione Europea potrebbe avvicinarsi alla recessione, mentre l’inflazione rischierebbe di sfiorare il 5 per cento. Anche il Centro Studi di Confindustria aveva tracciato un quadro simile già tre settimane fa. Secondo le simulazioni, una soluzione rapida del conflitto permetterebbe all’Italia di chiudere il 2026 con una crescita dello 0,5 per cento. Se invece la guerra dovesse durare quattro mesi, il Pil si fermerebbe attorno allo zero. “Arriveremmo a una stagnazione”, ha ricordato lo stesso Orsini.

Il Fondo monetario ha invitato però i governi europei a non replicare le misure adottate nel 2022. Tetti ai prezzi, sussidi generalizzati e tagli alle accise, secondo Kammer, rischiano di pesare sui conti pubblici senza aiutare davvero le famiglie più esposte.

Nel 2022, ha ricordato il Fondo, i Governi europei hanno destinato in media il 2,5 per cento del Pil agli aiuti energetici, ma oltre due terzi delle risorse non hanno raggiunto in modo mirato le fasce più deboli. Per compensare il 40 per cento delle famiglie con i redditi più bassi sarebbe bastato lo 0,9 per cento del Pil.

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