Sono stati accusati di condurre un’operazione “segreta” in Groenlandia. Ma di segreto, sostengono, non c’era nulla. È il paradosso al centro della vicenda che ha spinto la Danimarca a convocare d’urgenza il più alto rappresentante diplomatico statunitense a Copenhagen, dopo le rivelazioni dell’emittente pubblica DR su presunte attività di influenza condotte da cittadini americani legati all’entourage di Donald Trump. Secondo l’inchiesta, almeno tre statunitensi avrebbero raccolto informazioni sulla popolazione locale, stilato liste di groenlandesi favorevoli o contrari agli Stati Uniti e cercato contatti con politici e imprenditori dell’isola.
Un’attività che, per l’intelligence danese, rientra in una più ampia campagna di pressione volta a incrinare i rapporti tra Groenlandia e Danimarca, in un momento in cui Washington mostra un rinnovato interesse strategico per il territorio artico. Gli accusati respingono però l’etichetta di “operazione segreta”: sostengono di aver agito alla luce del sole, incontrando liberamente cittadini e amministratori locali, senza alcun mandato governativo né finalità clandestine. Una versione che non convince Copenhagen, preoccupata che iniziative apparentemente informali possano alimentare tensioni politiche e favorire movimenti secessionisti.
Le autorità danesi, pur riconoscendo che non esistono prove di un coinvolgimento diretto dell’intelligence americana, considerano l’episodio un campanello d’allarme in un contesto geopolitico sempre più competitivo. La vicenda si inserisce in un quadro delicato: la Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca, è al centro di interessi crescenti per risorse naturali, rotte artiche e basi strategiche. Ogni tentativo di influenza, reale o percepito, rischia di trasformarsi in un caso diplomatico. E così, mentre gli Stati Uniti minimizzano parlando di “azioni di privati cittadini”, la Danimarca ribadisce un principio semplice: in Groenlandia, nulla è davvero solo un dettaglio locale





