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“La firma di Trump sui dollari è una scelta senza precedenti”

sabato, 28 Marzo 2026
2 minuti di lettura

Per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, la firma di un presidente in carica comparirà sulla cartamoneta. A partire dall’estate 2026, il nome di Donald Trump sarà infatti stampato sui dollari, accanto a quello del segretario al Tesoro Scott Bessent, segnando una rottura con una tradizione che dura da oltre 160 anni.

La decisione, annunciata dal Dipartimento del Tesoro, si inserisce nel quadro delle celebrazioni per il 250° anniversario dell’indipendenza americana. Le prime banconote coinvolte saranno i nuovi biglietti da 100 dollari, previsti in stampa già da giugno, per poi estendere gradualmente la modifica agli altri tagli.

Fine di una tradizione secolare

Fin dalla Guerra Civile, le banconote statunitensi riportano due firme: quella del segretario al Tesoro e quella del tesoriere degli Stati Uniti. È un assetto rimasto invariato dal 1861, e che ora viene modificato per la prima volta.

Con il nuovo schema, la firma del tesoriere verrà eliminata del tutto, lasciando spazio a quella del presidente. Una scelta resa possibile dal fatto che la normativa vigente regola i ritratti (che devono raffigurare persone decedute), ma lascia maggiore discrezionalità sugli elementi amministrativi come le firme.

Un gesto simbolico in una visione politica più ampia

L’introduzione della firma di Trump non è un gesto isolato, ma l’ultimo tassello di una strategia più ampia. Negli ultimi mesi, il presidente ha promosso una serie di iniziative accomunate da un filo conduttore chiaro: associare il proprio nome a simboli, luoghi e strumenti della vita pubblica americana.

Tra queste, la proposta di introdurre una moneta da un dollaro con la sua effigie e l’idea — già circolata in ambienti politici e mediatici — di una moneta commemorativa in oro a 24 carati, pensata più come oggetto celebrativo che come strumento di pagamento.

A queste si aggiungono il tentativo di associare il suo nome a istituzioni e luoghi pubblici, e un precedente significativo: durante la pandemia, la decisione di inserire la propria firma sugli assegni di sostegno economico inviati a milioni di cittadini americani.

In questo contesto, la presenza del suo nome sui dollari rappresenta forse il gesto più potente. Non solo per la visibilità, ma per il valore simbolico della moneta stessa: un oggetto quotidiano, condiviso, quasi invisibile nella sua onnipresenza.

Tra eredità e autocelebrazione

È qui che la questione diventa politica e culturale.

Per i sostenitori, si tratta di un modo legittimo di celebrare risultati e leadership, soprattutto in un momento simbolico come il 250° anniversario degli Stati Uniti.

Per i critici, invece, emerge il rischio di una progressiva personalizzazione delle istituzioni, in cui i simboli collettivi — dalla moneta agli spazi pubblici — diventano strumenti di autocelebrazione.

Un segno destinato a restare?

Non è detto che questa impronta sia permanente. Le future amministrazioni potrebbero cancellarla, ripristinando il modello tradizionale.

E proprio questa possibile reversibilità aggiunge un ulteriore livello di lettura: ciò che oggi nasce come segno di potere potrebbe, domani, diventare una semplice traccia storica. Un frammento di una stagione politica precisa. Con un possibile effetto inatteso: le banconote con la firma di Trump potrebbero acquisire nel tempo un valore numismatico particolare e diventare un pezzo da collezione.

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