La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti continua ad allargarsi mentre le principali potenze discutono sicurezza energetica, rotte marittime e possibili iniziative di dialogo. Un drone ha colpito la base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait, dove operano contingenti statunitensi e italiani. L’attacco ha distrutto un velivolo a pilotaggio remoto della Task Force Air italiana, senza provocare vittime. Secondo lo Stato maggiore della Difesa il drone ha centrato lo shelter in cui era ricoverato il mezzo, mentre il personale era già nei rifugi di sicurezza.
Il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, ha spiegato che il velivolo distrutto rappresentava “un assetto indispensabile per lo svolgimento delle attività operative” della missione. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha escluso che si sia trattato di un attacco diretto contro l’Italia. “Gli italiani non sono un obiettivo degli iraniani. Non siamo in guerra”, ha dichiarato in televisione. Secondo Tajani nel mirino vi sono basi internazionali con presenza americana. Il ministro ha aggiunto che “non ci faremo intimidire da un drone, le missioni continueranno”. La base kuwaitiana era già stata colpita altre due volte nelle settimane precedenti.
La guerra non si fermerà
Sul piano militare il conflitto appare destinato a proseguire. Il portavoce dell’esercito israeliano ha dichiarato che l’operazione contro l’Iran continuerà almeno fino a Pesach, la Pasqua ebraica, e probabilmente oltre. “Abbiamo migliaia di obiettivi da colpire e piani operativi per diverse settimane”. Anche Teheran esclude una conclusione rapida. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha affermato che la guerra finirà solo quando l’Iran avrà la certezza che non possa riprendere. “Questa guerra finirà quando saremo sicuri che non si ripeterà e che i danni subiti saranno compensati”, ha dichiarato. Lo stesso Araghchi ha inoltre sostenuto che Russia e Cina stanno collaborando con l’Iran, anche sul piano militare, definendole partner strategici durante il conflitto con Stati Uniti e Israele. Il ministro iraniano ha aggiunto che diversi Paesi hanno chiesto garanzie per il passaggio delle proprie navi nello Stretto di Hormuz. Il presidente statunitense Donald Trump ha invece ribadito che al momento non vede le condizioni per un accordo. “Non ci sono le condizioni per un cessate il fuoco”.
Tensioni regionali
Nel frattempo continuano gli scontri anche nei territori palestinesi. Secondo il ministero della Salute dell’Autorità palestinese quattro membri della stessa famiglia, padre, madre e due bambini, sono stati uccisi vicino a Tammun, in Cisgiordania, quando l’esercito israeliano ha aperto il fuoco sull’auto su cui viaggiavano. L’esercito israeliano sostiene che il veicolo avrebbe accelerato verso i soldati costituendo una minaccia immediata. Anche il fronte libanese resta instabile.
La missione Unifil delle Nazioni Unite ha denunciato che alcune pattuglie di caschi blu sono state bersagliate da colpi d’arma da fuoco mentre operavano nel sud del Libano. Secondo l’Onu gli spari sarebbero partiti “probabilmente da gruppi armati non statali” e in un episodio i proiettili sono caduti “a meno di cinque metri” dai militari. L’Unifil ha definito “inaccettabili” gli attacchi contro il personale dell’Onu, ricordando che colpire i caschi blu può configurare un crimine di guerra. Intanto il Bahrein ha fatto sapere di avere intercettato dall’inizio della guerra 125 missili e 211 droni.
Sicurezza energetica
Nel Golfo proseguono intanto i contatti diplomatici. Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha avviato consultazioni con Qatar, Emirati Arabi Uniti e Giordania nel tentativo di ridurre le tensioni regionali. La Cina ha dichiarato di voler svolgere “un ruolo costruttivo” per favorire la de escalation e il ritorno alla pace. La Gran Bretagna sta discutendo con gli alleati possibili iniziative per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, passaggio chiave per il traffico petrolifero mondiale. Per Londra mantenerlo aperto è “una priorità globale”. Washington continua a premere sugli alleati perché contribuiscano alla sicurezza della rotta con una presenza navale internazionale. A chiedere uno stop ai combattimenti è stato anche Papa Leone XIV, che ha invocato un cessate il fuoco in Medio Oriente e in Libano denunciando la “violenza atroce” che sta travolgendo la regione.
Europa, rischio migratorio
La crisi mediorientale preoccupa anche l’Unione europea. In una lettera inviata ai leader europei in vista del Consiglio del 19 e 20 marzo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen avverte che il conflitto potrebbe avere conseguenze anche sul piano migratorio. Secondo Bruxelles la guerra rischia di produrre “ripercussioni dirette e indirette per l’Ue” e richiede “un alto livello di vigilanza e preparazione”. Per ora non si registrano nuovi flussi immediati verso l’Europa, ma la Commissione sottolinea la necessità di lavorare con i Paesi della regione, in particolare Turchia e Libano, per prevenire eventuali crisi umanitarie nei prossimi mesi.





