Tra nucleare di nuova generazione e termovalorizzatori, il Paese deve decidere se restare fragile o costruire finalmente una strategia di autonomia
Da tempo, come giornale, ribadiamo la necessità per l’Italia di dotarsi di una vera autonomia energetica. Lo abbiamo scritto e sostenuto anche nelle scorse settimane, prima ancora che il nuovo conflitto in Medio Oriente riportasse con drammatica evidenza il tema della sicurezza energetica al centro dell’agenda politica ed economica.
La storia, del resto, dovrebbe averci già insegnato qualcosa. Nel 1973 e poi nel 1979, a causa delle guerre e dei tagli alla produzione di petrolio decisi dai Paesi arabi, l’Italia si trovò improvvisamente a fare i conti con la scarsità di energia: le domeniche a piedi, le targhe alterne, le restrizioni ai consumi. Era un Paese diverso, meno tecnologico e meno dipendente dall’elettricità diffusa. Eppure fu necessario ricorrere al razionamento.
Oggi uno scenario simile avrebbe effetti molto più devastanti. L’economia contemporanea è completamente elettrificata: dalla produzione industriale alle reti digitali, dai trasporti alla logistica fino alle infrastrutture della comunicazione. Un blocco dell’energia significherebbe un blackout generalizzato di attività e servizi, a partire dalle reti internet, che sono tra i sistemi più energivori della nostra società.
Un pericoloso ritardo
Eppure, a oltre cinquant’anni dalla prima crisi petrolifera, dobbiamo constatare una realtà sconcertante: l’Italia è rimasta sostanzialmente nella stessa condizione di fragilità. Continuiamo a dipendere in larga misura dall’estero e non possediamo una vera autonomia energetica. Le fonti alternative oggi disponibili garantirebbero solo una copertura minima e largamente insufficiente rispetto al fabbisogno nazionale.
Nucleare e Termovalorizzatori
La vera svolta possibile è sotto gli occhi di tutti: il nucleare pulito di nuova generazione, basato su tecnologie sempre più sicure, e un sistema moderno di termovalorizzazione dei rifiuti. Due strumenti concreti, disponibili, già utilizzati con successo in molti Paesi europei.
Sul fronte dei rifiuti, la situazione italiana è paradossale. È giusto e doveroso riciclare tutto ciò che può essere recuperato: la cultura del riciclo è un segno di civiltà e responsabilità ambientale. Ma ciò che non può essere riutilizzato deve essere smaltito.
Il “tour” assurdo dei rifiuti
Oggi, invece, l’Italia raccoglie i rifiuti, li imballa e li spedisce su tir e navi verso altri Paesi europei, pagando cifre enormi per il loro trattamento. Un processo costoso, inefficiente e anche ambientalmente discutibile, perché comporta trasporti lunghi e inquinanti.
Basta con questo giro della spazzatura tra l’Italia e il resto d’Europa. I termovalorizzatori di nuova generazione rappresentano una soluzione tecnologica avanzata: consentono uno smaltimento ambientalmente controllato e producono energia. Sono, allo stesso tempo, una garanzia ambientale e una risorsa energetica.
Fonti alternative e illusioni
In questi anni, invece, abbiamo perso tempo inseguendo illusioni. L’idea di poter eliminare rapidamente l’uso delle fonti fossili o di alimentare l’intero sistema economico esclusivamente con energie alternative si è rivelata, nei fatti, una chimera. Le rinnovabili sono importanti e devono crescere, ma oggi non esiste alcuna possibilità concreta che possano sostituire integralmente le fonti tradizionali.
Se l’obiettivo è un’energia realmente pulita, stabile e sufficiente, le strade tecnicamente percorribili sono due: nucleare di nuova generazione e sistemi avanzati di termovalorizzazione.
L’inversione di rotta dell’Europa
Non a caso anche l’Europa sta cambiando rotta. Dopo anni in cui la strategia comunitaria sembrava puntare quasi esclusivamente sul “tutto verde” — dalle auto elettriche ai pannelli solari — oggi emergono i limiti di quella visione. Lo ha riconosciuto recentemente anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ammettendo i ritardi del continente nella corsa al nucleare pulito.
L’Italia cambia rotta
In Italia qualcosa si sta muovendo. Il governo ha portato in Parlamento una proposta di legge delega sull’energia nucleare sostenibile, destinata a definire la programmazione nazionale, la governance del settore, gli standard di sicurezza e la gestione dell’intero ciclo di vita degli impianti, compreso quello dei rifiuti.
Sostegno al ministro Pichetto Fratin
Importante è anche l’impegno del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, che ha riportato il tema del nucleare pulito al centro del dibattito energetico italiano. Intervenendo al vertice sull’energia nucleare di Parigi del 10 marzo 2026, il ministro ha spiegato che l’Italia ha deciso di aderire all’impegno internazionale per triplicare la capacità nucleare globale. Una scelta inserita in una visione che lega decarbonizzazione, sicurezza degli approvvigionamenti e stabilità della rete in un sistema sempre più elettrificato.
I rischi di uno shock petrolifero
Gli scenari di guerra, purtroppo, non appartengono più alla teoria. I bombardamenti sui siti petroliferi, la minaccia di blocchi strategici come quello dello Stretto di Hormuz, l’impennata dei prezzi dei carburanti e gli allarmi lanciati dalle associazioni di categoria dimostrano che la sicurezza energetica è tornata a essere una questione vitale.
Basta ritardi ora si decida
Non possiamo più permetterci di restare immobili. Anche il mondo ambientalista deve prendere atto che non siamo più davanti a un confronto ideologico o politico. Qui sono in gioco questioni concrete che riguardano il futuro economico, industriale e sociale del Paese.
Le tecnologie esistono. Le risorse anche. Serve soltanto il coraggio politico e culturale di scegliere ciò che è nuovo, sicuro ed economicamente sostenibile.
Perché, se non lo faremo, il rischio non è soltanto quello di una crisi energetica o economica. Il vero pericolo è vedere indebolirsi – per miopia e ritardi – la civiltà industriale, sociale e culturale su cui si regge il nostro Paese.





