La città di Goma, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, è piombata nuovamente nella violenza dopo l’uccisione di Karine Buisset, operatrice umanitaria delle Nazioni Unite, e di altre due persone in un attacco avvenuto in un’area controllata dal gruppo ribelle M23. L’agguato, confermato da fonti locali e da rappresentanti dell’ONU, è avvenuto lungo una strada periferica mentre il convoglio umanitario stava rientrando da una missione di valutazione dei bisogni delle comunità sfollate. Secondo le prime ricostruzioni, uomini armati hanno aperto il fuoco contro i veicoli senza alcun preavviso, colpendo mortalmente Buisset e due collaboratori congolesi. La missione delle Nazioni Unite nella RDC, la MONUSCO, ha condannato l’attacco definendolo “un crimine inaccettabile contro chi lavora per proteggere i civili”.
Il segretario generale ha espresso cordoglio e ha chiesto un’indagine immediata, mentre le autorità congolesi accusano l’M23 di voler intimidire le organizzazioni internazionali che operano nella regione. Il gruppo ribelle, attivo da anni nel Nord Kivu e sostenuto secondo diverse fonti da attori esterni, non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali. L’episodio avviene in un contesto già estremamente fragile: negli ultimi mesi, l’avanzata dell’M23 ha costretto oltre un milione di persone a fuggire dalle proprie case, aggravando una crisi umanitaria tra le più gravi del continente.
Le ONG denunciano difficoltà crescenti nel raggiungere le popolazioni isolate, mentre gli scontri tra ribelli ed esercito regolare continuano a spostarsi verso aree densamente popolate. L’uccisione di un’operatrice ONU, figura simbolo della protezione internazionale, rischia di ridurre ulteriormente la presenza umanitaria sul territorio. A Goma, la notizia ha suscitato sgomento e paura. Molti residenti temono che l’attacco possa segnare un’ulteriore escalation del conflitto, già segnato da violenze indiscriminate e accuse di violazioni dei diritti umani.





