Il governo britannico sta valutando una revisione profonda delle proprie politiche migratorie ispirandosi al modello promosso dalla premier danese Mette Frederiksen, nel tentativo di sottrarre terreno politico a Nigel Farage e al suo crescente consenso nelle aree più sensibili al tema dell’immigrazione. Secondo fonti governative, Downing Street starebbe studiando una serie di misure che combinano controlli più rigidi alle frontiere, procedure accelerate per le richieste d’asilo e un sistema di redistribuzione dei richiedenti più centralizzato, elementi che in Danimarca hanno contribuito a ridurre la pressione sul sistema di accoglienza e a rafforzare la percezione di ordine e prevedibilità.
Il dibattito interno al partito di governo riflette una crescente preoccupazione per la capacità di Farage di intercettare il malcontento di una parte dell’elettorato, soprattutto nelle regioni dove l’immigrazione è percepita come un fattore di competizione economica e identitaria. Alcuni ministri ritengono che adottare un approccio più strutturato e severo, simile a quello danese, possa neutralizzare la narrativa di chi accusa Westminster di non avere il controllo della situazione. Altri, invece, temono che un irrigidimento eccessivo possa alimentare tensioni interne e compromettere i rapporti con Bruxelles, in un momento in cui Londra sta cercando di ricostruire canali di cooperazione post‑Brexit.
Il modello danese, spesso citato come uno dei più restrittivi d’Europa, prevede accordi con Paesi terzi per la gestione delle richieste d’asilo, un forte investimento nei rimpatri e una politica di integrazione basata su obblighi stringenti per i nuovi arrivati. Per alcuni osservatori britannici, replicare integralmente questo schema sarebbe difficile, ma adottarne alcuni elementi potrebbe rafforzare la credibilità del governo su un tema che continua a dominare l’agenda pubblica.





