La realtà, a volte, corre più veloce della nostra capacità di interpretarla. Le recenti operazioni militari statunitensi in Venezuela, il 3 gennaio 2026, e l’aggressione contro l’Iran dello scorso 28 febbraio, non sono soltanto episodi isolati di una crisi geopolitica ormai incandescente. Sono, a ben guardare, la traduzione pratica di un cambio radicale di paradigma che ha trovato la sua esplicitazione ufficiale nell’intervista rilasciata dal Presidente Donald Trump al New York Times lo scorso 8 gennaio.
In quel colloquio, tenutosi nello Studio Ovale, Trump ha tracciato il solco di una nuova dottrina della sovranità. Interrogato sui limiti del suo potere di Comandante in Capo, il Presidente non ha fatto riferimento al diritto internazionale, né alla diplomazia, né tantomeno al Congresso, ma ha rivendicato un confine assai più labile: la sua “morale personale”. «Sì, c’è una sola cosa», ha dichiarato il Presidente. «La mia morale. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi». E, alla domanda sulla necessità di rispettare le norme internazionali, ha chiosato con una sicurezza che suona come una sentenza: «Non ho bisogno del diritto internazionale… Dipende da quale sia la vostra definizione di diritto internazionale».
Siamo di fronte alla fine dell’ordine delle regole, come lo abbiamo conosciuto dal 1945 a oggi. Ciò che stiamo osservando non è solo una violazione del diritto; è la sua neutralizzazione.
Qui il richiamo alla filosofia politica si fa stringente, quasi necessario per decifrare il presente. Sembra di assistere al ritorno, in forma volgarizzata e distorta, del decisionismo di Carl Schmitt. Quando Trump invoca la propria morale per sospendere il diritto internazionale e agire unilateralmente, sta proclamando di essere il solo arbitro, trasformando il proprio giudizio soggettivo nell’unica fonte di legittimità dell’uso della forza.
La politica è decisione. Ma le decisioni di Trump sono dichiaratamente disancorate da quel sistema di valori e di regole che lo Jus publicum europaeum ha trasmesso al mondo come fondamento del sistema internazionale. L’arbitrio del leader, che usa la sua morale come clava contro la norma, non è espressione di un nuovo ordine, ma un atto distruttivo che riconduce la comunità internazionale al “bellum omnium contra omnes” di hobbesiana memoria: la norma è un residuo polveroso e la coercizione – la nuda forza che non si tenta neanche di celare sotto il manto delle regole – è l’unica verità residua.
Questa dottrina è del tutto inaccettabile, perché incompatibile con i presupposti di qualsiasi convivenza. Se la democrazia che ha costruito l’architettura liberale del mondo sceglie di svuotare il diritto dall’interno, non stiamo solo assistendo alla crisi di un trattato o di un’istituzione. Stiamo assistendo alla fine del diritto come argine alla barbarie, alla nascita di una nuova “età degli imperi” in cui ciascuno, purché ne abbia la forza, farà quel che vorrà.



