L’Italia cresce, ma senza slanci particolari. E mentre il deficit scende, il debito torna a salire. È insomma un equilibrio molto sottile quello fotografato ieri dall’Istat nei conti 2025: il Pil aumenta dello 0,5% in termini reali, l’indebitamento netto cala al 3,1% del prodotto interno lordo (dal 3,4% del 2024), ma resta sopra la soglia simbolica del 3% fissata dalle regole europee. E soprattutto il debito pubblico risale al 137,1% del Pil, dopo il 134,7% dell’anno precedente. Il dato sul disavanzo è ancora provvisorio (la notifica definitiva arriverà ad aprile), ma segna comunque un miglioramento. In valore assoluto il deficit si attesta a 70,3 miliardi, circa 3,5 miliardi in meno rispetto al 2024. Un passo avanti che consente al Governo di avvicinarsi all’uscita dalla procedura europea per disavanzo eccessivo, anche se l’ultima parola spetterà a Bruxelles.
La crescita resta modesta, ma non immobile. Il Pil ai prezzi correnti supera i 2.258 miliardi di euro (+2,5%) mentre in volume l’aumento è dello 0,5%. A sostenere l’economia è soprattutto la domanda interna: i consumi finali nazionali crescono dello 0,9% e gli investimenti fissi lordi rimbalzano del 3,5%, dopo la frenata del 2024. È un segnale non secondario: le imprese tornano a investire, in particolare nelle costruzioni e nei beni strumentali.
Estero e scorte
A frenare sono invece l’estero e le scorte. Le esportazioni aumentano solo dell’1,2%, mentre le importazioni crescono del 3,6%. Il contributo della domanda estera netta alla crescita è negativo, segno di un contesto internazionale ancora fragile. Sul fronte produttivo le costruzioni tornano a espandersi (+2,4%), mentre industria e servizi avanzano con passo lento (+0,3%). L’agricoltura segna una lieve flessione. L’occupazione cresce dell’1,3% in termini di unità di lavoro e i redditi da lavoro dipendente salgono del 3,8%, ma il quadro complessivo resta quello di una crescita contenuta.
Il miglioramento del deficit si spiega soprattutto con l’aumento delle entrate. Il saldo primario torna positivo per lo 0,7% del Pil e le entrate complessive crescono del 4,5%, spinte in particolare dai contributi sociali. Il rovescio della medaglia è la pressione fiscale, che sale al 43,1% del Pil, in aumento rispetto al 42,4% dell’anno precedente. Le entrate crescono più rapidamente del prodotto nominale: il consolidamento passa anche da un maggiore prelievo. Il nodo vero resta però il debito. In valore assoluto supera i 3.095 miliardi di euro. Con una crescita reale ferma allo 0,5%, ridurne il peso diventa una sfida strutturale.
Le reazioni politiche
Dall’Esecutivo prevale una lettura prudente, ma positiva. Il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha parlato di dato provvisorio, prima delle comunicazioni che l’Italia farà all’Ue”, per poi aggiungere che si valuteranno le stime dell’Istat nel dettaglio: “Peccato per il colpo di coda del Superbonuscondomini, causa principale del dato di oggi”. Sulla stessa linea la maggioranza. Ylenja Lucaselli, Vice responsabile Economia di Fratelli d’Italia, ha definito la riduzione del deficit “una buona notizia” che ha confermato “la serietà delle scelte compiute dal Governo”. Sottolinea il ritorno a una linea di “rigore sostenibile”, pur riconoscendo che “pesa la sciagura del Superbonus”.
Di segno opposto le opposizioni. I parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno parlato di quadro “agghiacciante”: crescita “misera” allo 0,5%, debito in aumento, pressione fiscale in salita e deficit ancora sopra il 3%, nonostante, hanno aggiunto una politica di austerità fatta di tagli e tasse. Per Alleanza Verdi e Sinistra, con Peppe De Cristofaro, l’Italia è “a pochi passi dalla recessione”, con tre anni consecutivi di calo della produzione industriale e una pressione fiscale ai massimi, in gran parte effetto del fiscal drag. Serve, per lui, una strategia per salari, domanda interna e politica industriale.
Antonio Misiani, Responsabile Economia del Pd, ha parlato di “semi stagnazione” e di un deficit ancora sopra la soglia di Maastricht. Se il dato sarà confermato da Eurostat ad aprile, ha aggiunto, l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo potrebbe slittare. Nel mirino anche la pressione fiscale, salita al 43,1%, livello più alto dal 2014, e un debito al 137,1% del Pil.



