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Medicina e ingegneria in una sola laurea. Esigenza dei nostri tempi

domenica, 27 Settembre 2026
2 minuti di lettura

Negli anni della mia formazione didattica e clinica a Padova, lo studio dei classificatori matematici da applicare all’Urodinamica mi avvicinò da medico al Dipartimento di ingegneria elettronica della nostra Università. Un’esperienza elettrizzante. “È stato immediato osservare due mondi della scienza, bisognosi l’uno dell’altro, che si sfioravano senza compenetrarsi: da una parte noi medici formati a ragionare per sintomi, ipotesi diagnostiche e decisione clinica; dall’altra gli ingegneri, abituati a pensare per sistemi, modelli e ottimizzazione di risultati”. Due modellistiche di pensiero completamente diversi fra loro. Oggi, in sala operatoria, quei due mondi sono costretti a parlarsi ogni giorno, e lo fanno con un vocabolario improvvisato, costruito sul campo, perché nessuno dei due ha ricevuto una formazione pensata per l’altro. Cosa è accaduto?

È arrivata la robotica

La chirurgia robotica, che pratico da anni, è l’esempio più immediato di questa collisione feconda. Un robot chirurgico non è soltanto uno strumento meccanico: è un sistema di sensori, algoritmi di controllo, interfacce aptiche e, sempre più spesso, modelli di intelligenza artificiale integrati che assisteranno la decisione del chirurgo. Il chirurgo che lo governa deve capire non solo l’anatomia del paziente, ma d’ora in poi conoscere e governare anche i limiti computazionali del sistema che ha tra le mani. E l’ingegnere che lo progetta deve capire non solo la meccanica del robot, ma anche perché un chirurgo in un attimo decide di cambiare traiettorie anatomiche e strategie per esigenze cliniche.

Credo sia arrivato il momento di ripensare seriamente l’architettura della formazione medica ed immaginare percorsi di laurea integrati con l’ingegneria applicata alla medicina architrave di un nuovo futuro. Non una laurea “ibrida” generica, ma un percorso che formi fin dai primi anni una figura integrata capace di muoversi con competenza in entrambi le discipline: dalla fisiologia alla elaborazione del segnale, dalla semeiotica clinica alla modellistica matematica e tanto altro.

Atenei internazionali si sono mossi già in questa direzione con corsi di “medical engineering” o “bioengineering”. Ma la formazione sanitaria e della medicina del futuro, diagnosi assistita da algoritmi, chirurgia robotica, dispositivi impiantabili intelligenti, ospedali digitalizzati con centrali operative capaci di prevenire errori, richiederà sempre più professionisti capaci di stare dentro a entrambe le discipline, non di delegarle a interlocutori esterni con cui comunicare a fatica.

Chi l’utilizzatore finale di questa fusione virtuosa di medico ed ingegnere insieme? Il paziente, posto sempre più in una condizione di sicurezza. Un medico che non comprende a fondo il funzionamento di un algoritmo diagnostico rischia di trattarlo come “bibbia pura”, accettandone i responsi senza il dissenso critico e motivato che la buona pratica clinica richiede. Un ingegnere che non comprende la clinica rischia, all’opposto, di progettare sistemi elegantissimi sul piano tecnico ma ciechi rispetto alla complessità reale del corpo umano e delle sue eccezioni.

La laurea integrata servirà a produrre un professionista capace di esercitare un giudizio critico su entrambi i fronti, senza subalternità verso nessuno dei due. Un percorso di tale visione pone certamente problemi organizzativi: durata degli studi, ordini professionali, linee occupazionali. Non sono ostacoli da sottovalutare, ma nemmeno alibi sufficienti per rimandare oggi una riforma che la tecnologia, nei fatti, ha già reso necessaria.

Le università che sapranno muoversi in anticipo avranno un vantaggio competitivo enorme, sia in termini di ricerca sia di attrattività per gli studenti migliori, quelli che oggi si trovano spesso a dover scegliere tra due vocazioni che invece potrebbero e dovrebbero camminare insieme. Non è una visione di astrattismo ideologico. È l’esperienza quotidiana di chi, come me, si muove da anni tra bisturi e robot e sa quanto la competenza dell’uno senza la comprensione dell’altra lasci scoperto margini di sicurezza per il paziente. Formare fin dai banchi universitari chi saprà governare questa convergenza non è un lusso accademico: è una responsabilità che la medicina di oggi ci richiede.

Antonio Cisternino

Antonio Cisternino

Medico-Chirurgo
Responsabile nazionale Sanità UDC

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