Ora a rappresentare l’Italia in Europa c’è Giorgia Meloni. Domani potrebbe esserci un esponente dell’attuale opposizione. Chiunque sieda a quel tavolo, l’interesse degli italiani rimane lo stesso: avere una voce autorevole, sostenuta dalla credibilità delle istituzioni e dalla capacità del Paese di riconoscersi in alcuni obiettivi comuni.
È con questo spirito che va letto il confronto sulle manifestazioni studentesche e sugli episodi violenti che le hanno accompagnate. La protesta è un diritto fondamentale. L’opposizione svolge pienamente il proprio compito quando sostiene rivendicazioni, denuncia difficoltà e contesta le scelte del governo. La democrazia vive anche nelle piazze, nella partecipazione e nella libertà di dire che una decisione è sbagliata.
La Costituzione indica con chiarezza il confine: i cittadini hanno diritto di riunirsi «pacificamente e senz’armi». Aggredire le forze dell’ordine, devastare una scuola o intimidire qualcuno significa oltrepassarlo. Chi commette questi atti danneggia anche i manifestanti pacifici, ne oscura le ragioni e tenta di imporre alla protesta un linguaggio che molti partecipanti non hanno scelto.
Per questo ho apprezzato il richiamo di Meloni a margine del Consiglio europeo: riconoscere la legittimità della mobilitazione e chiedere alle opposizioni una condanna della violenza. È un atteggiamento istituzionalmente maturo, perché tiene insieme due responsabilità: garantire il dissenso e difendere le condizioni che consentono a tutti di esercitarlo.
Le condanne espresse da Bonelli e Conte costituiscono, a loro volta, un elemento positivo. Si può discuterne la formulazione o desiderare parole più puntuali sui singoli episodi. Resta il valore di un principio dichiarato: sostenere le ragioni della protesta e rifiutare la violenza sono posizioni compatibili. Su questo terreno maggioranza e opposizione possono riconoscersi, continuando a contrastarsi anche duramente sulle scelte politiche.
Occorre la stessa precisione quando ci si interroga sull’organizzazione delle manifestazioni. Una mobilitazione contemporanea in numerose città richiede promotori, reti, contatti e preparazione. Chiedere chi organizzi, chi sostenga e quali obiettivi persegua è legittimo. Le risposte devono poggiare sui riscontri, distinguendo il coordinamento della protesta dalle responsabilità degli scontri. Né ingenuità né accuse preventive: capire è un dovere, soprattutto quando il clima si fa più teso.
La stabilità politica dell’Italia rappresenta un’importante risorsa negoziale all’interno dell’Unione europea. Preservarla, insieme alla capacità di cercare convergenze sugli interessi fondamentali, può accrescere l’autorevolezza del Paese. Le proteste e le divisioni esasperate rischiano di ridimensionare questo vantaggio, rendendo più difficile presentarsi ai tavoli negoziali con il sostegno di un Paese coeso. È una conseguenza politica che va riconosciuta, senza mettere in discussione la legittimità delle manifestazioni. Vale per Meloni oggi e varrebbe per qualsiasi altro presidente del Consiglio domani. Anche dall’opposizione, dunque, si può contribuire all’autorevolezza nazionale senza concedere una delega politica a chi governa.
In un tempo di guerra alle porte dell’Europa, questa responsabilità assume un peso ulteriore. La polarizzazione offre opportunità a chi vuole indebolirci attraverso strategie di guerra ibrida. Un malcontento autentico può diventare terreno di manipolazione: se ne esasperano i toni, si alimenta la sfiducia e si cerca di trasformare il conflitto politico in ostilità permanente. Ogni eventuale interferenza va dimostrata, ma il rischio richiede massima attenzione, insieme alla capacità di dare risposte ai problemi reali su cui tali ingerenze potrebbero attecchire.
La concordia che auspico lascia intatta la libertà di dissentire. Chiede solo di riconoscere alcuni interessi condivisi: la sicurezza, la tenuta democratica e l’autonomia dell’Italia dentro un’Europa capace di decidere del proprio futuro. Un’Europa divisa e vulnerabile avrebbe meno strumenti per difendere le proprie scelte e sarebbe più esposta alla volontà delle grandi potenze.
La stabilità delle istituzioni e la coesione nazionale sono un patrimonio dell’intero Paese, non un regalo fatto a chi siede al governo pro tempore. Difendere le istituzioni, condannare senza se e senza ma la violenza e ricercare convergenze sugli interessi fondamentali italiani ed europei non significa azzerare le differenze politiche: significa rafforzare la democrazia contro chi vorrebbe indebolirla e frammentarla.
Oggi governa Meloni, domani potranno governare altri. Questa alternanza è la normalità democratica. La responsabilità comune è consegnarsi un Paese nel quale ci si possa opporre con fermezza, manifestare in sicurezza e riconoscere, anche nell’avversario, un interlocutore delle istituzioni. È una concordia possibile. E servirebbe all’Italia quanto all’Europa.





