«La prima disuguaglianza di questa era non passerà tra uomo e macchina, ma tra chi avrà le competenze per governarla e chi no». Lo afferma Vincenzo Caridi, Capo Dipartimento per le politiche del lavoro al Ministero del Lavoro, in un intervento sul Sole 24 Ore, sottolineando come l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle imprese italiane sia raddoppiata in un anno, passando dall’8,2 al 16,4%, ma con una forte distanza tra piccole e medie imprese e grandi aziende. Tra chi ha valutato un investimento senza realizzarlo, sei imprese su dieci indicano come ostacolo la mancanza di competenze.
Caridi richiama quindi gli interventi messi in campo sul fronte dell’IA e del lavoro, dalla legge n. 132 del 2025 all’Osservatorio interistituzionale sull’intelligenza artificiale, fino ad AppLI, che ha superato i 50mila utenti ed è stata indicata dal G7 tra le migliori pratiche internazionali.
Centrale, secondo Caridi, deve restare il controllo umano. I decreti di adeguamento all’AI Act puntano infatti su «controllo umano sulle decisioni, alfabetizzazione diffusa, formazione stabile» e attenzione alle PMI. Sul lavoro attraverso piattaforme digitali, il principio è netto: «un algoritmo non potrà licenziare nessuno. A decidere sarà sempre una persona».


