Sul prato di Mount Vernon, sotto il sole cocente del 4 luglio, 150 persone provenienti da 50 Paesi hanno pronunciato il giuramento che li ha resi cittadini degli Stati Uniti. Seduti su sedie pieghevoli davanti alla storica dimora di George Washington, hanno celebrato non solo la propria nuova vita, ma anche il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza. Ventagli decorati con stelle e strisce ondeggiavano tra la folla, mentre le famiglie cercavano riparo all’ombra degli alberi. Tra i nuovi cittadini c’era il sergente dei Marines Diakaria Sangare, originario della Guinea, in uniforme blu impeccabile, con tre medaglie sul petto.
Dopo anni di servizio e un lungo iter burocratico Sangare ha finalmente potuto dire: “Sono americano”. Quando è stato intonato l’inno nazionale, la folla si è alzata in piedi e le mani si sono portate al cuore. “E il bagliore rosso dei razzi…” risuonava nell’aria, mentre Sangare manteneva il saluto militare, il volto serio e gli occhi lucidi. Poi, uno dopo l’altro, i nomi dei Paesi: Albania, Bangladesh, Cina, El Salvador, Iraq, Mongolia. Ogni chiamata accompagnata da sorrisi, lacrime e piccole bandiere sventolate con orgoglio. Al “Marocco”, un uomo ha alzato i pugni in segno di gioia, imitato da un bambino che stringeva la sua bandierina. Lo storico Douglas Bradburn ha ricordato che “tutte le storie che fanno parte di voi ora diventano storie americane”.
Accanto al palco, un tulipifero piantato da Washington 250 anni fa testimoniava la continuità di quella promessa. Poi è salito sul palco il figurante che impersonava il primo presidente. Con il cappello in mano e la spada al fianco, ha detto: “Oggi il nome di ‘americano’ appartiene a voi tanto quanto appartiene a me. Bentornati a casa.” Sangare ha posato per un ritratto: “Sono appena diventato cittadino degli Stati Uniti”, ha detto sorridendo. Sullo sfondo, il tulipifero di Washington continuava a svettare, testimone silenzioso di una nuova generazione di americani.





